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Gallicanesimo.
·
Generazione.
·
Genere
letterario.
·
Geova.
·
Gerarchia.
·
Gerarchia
delle verità.
·
Gerusalemme.
·
Gesù
Cristo.
·
Gesù
storico.
·
Giacobiti.
·
Giansenismo.
·
Giovanni.
·
Giudaismo.
·
Giudeo,
giudaico.
·
Giudizio
universale.
·
Giurisdizione.
·
Giuseppinismo.
·
Giustificazione.
·
Giustizia.
·
Giustizia
originale.
·
Gloria.
·
Gloria
di Dio.
·
Glossolalia.
·
Gnosi.
·
Gnosticismo.
·
Grazia.
·
Grazia
abituale.
·
Grazia
efficace.
·
Gregoriano.
·
Guerra
giusta.
H
·
Haggadah.
·
Hagios.
·
Hallel.
·
Hanukkah.
·
Heilsgeschichte.
·
Hesed.
·
Hussiti.
I
·
Iahvè.
·
Icona.
·
Iconoclasmo.
·
Iconostasi.
·
Idealismo.
·
Idolatria.
·
Ignoranza
invincibile.
·
Ilemorfismo.
·
Illuminismo.
·
"Imitazione
di Cristo."
·
Imitazione
di Cristo.
·
Immacolata
Concezione.
·
Immaginazione.
·
Immagine
di Dio.
·
Immanenza
divina.
·
Immensità
di Dio.
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Immolazione.
·
Immortalità.
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Immutabiltà.
·
Impassibilità.
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Impedimenti
del matrimonio.
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Imperativo
Categorico.
·
Imposizione
della mani.
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Imputazione.
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Incarnazione.
·
Incomprensibilità.
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Inculturazione.
·
Indefettibilità.
·
Indifferenza.
·
Induismo.
·
Indulgenze.
·
Indurimento
del cuore.
·
Ineffabilità.
·
Inerranza.
·
Infallibilità.
·
Inferno.
·
Infinità.
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Infuso.
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Iniziazione.
·
Inquisizione.
·
Insediamento.
·
Integrità.
·
Intenzione.
·
Intercessione.
·
Intercomunione.
·
Interconfessionale
e interreligioso.
·
Interdetto.
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Interpretazione.
·
Intinzione.
·
Introito.
·
Intuizione.
·
Io
e tu.
·
Ipapante.
·
Iperdulia.
·
Ipostasi.
·
Ira
di Dio.
·
Irenismo.
·
Islamismo.
·
Ispirazione
biblica.
·
Israele.
K
·
Kairós.
·
Kènosi.
·
Kèrigma.
·
Kiddish.
·
Kiddush.
·
Koinonia.
·
Kondàkion.
·
Kyrie
eleison.
·
Kyrios.
L
·
Laico.
·
Lambeth.
·
Lassismo.
·
Latae
sententiae.
·
Lateranense.
·
Latria.
·
Legge.
·
Legge
e vangelo.
·
Legge
naturale.
·
Leggi
della Chiesa.
·
Lettera.
·
Letteratura
apocalittica.
·
Letteratura
sapienziale.
·
Lettore.
·
Lettura.
·
Lex
orandi ‑ lex credendi.
·
Lezionario.
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Liberalismo.
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Liberazione.
·
Libertà.
·
Libertà
religiosa.
·
Libri
deuterocanonici.
·
Limbo.
·
Lingua
volgare.
·
Lione.
·
Litania.
·
Liturgia
·
Liturgia della
parola.
·
Liturgia
delle ore.
·
Liturgia
di san Giovanni Crisostomo.
·
Liturgia
eucaristica.
·
Locus
theologicus.
·
Lodi.
·
Logos.
·
Luce
di gloria.
·
Lumen
gloriae.
·
Luteranesimo.
_____________________________________________________________________________
G
Si tratta di un movimento che durò a lungo in Francia,
ma che riscontrò tendenze analoghe in altri paesi. Esso rivendicava una forte
indipendenza dal papato. La forma classica in cui venne espresso si trova nei
Quattro Articoli Gallicani:
a) essi
furono redatti dal vescovo di Meaux, Jacques‑Bénigne Bossuet
(1627‑1704) ed approvati da un'assemblea del clero di Parigi nel 1682;
b) fra le
altre cose, si affermava che i concili generali avevano un'autorità superiore a
quella del papa (DS 2281‑2285).
Sebbene
questi articoli siano stati revocati dal re Luigi XIV e dal clero nel 1693, la
loro influenza continuò nel XIX secolo finché un papato energico e
l'insegnamento del Concilio Vaticano I posero fine al Gallicanesimo. Cf Conciliarismo; Concilio di Costanza; Concilio Vaticano I;
Febronianesimo.
Si tratta dell'insegnamento del Concilio di Nicea (325) («
generato, non creato ») circa il modo con cui il Figlio ha origine da tutta
l'eternità dal Padre senza essere da lui creato (cf DS 125; FCC 0.503) Cf
Arianesimo; Concilio di Nicea I; Omooùsios.
È uno stile o una forma particolare di scrivere. Può
essere più breve (come un salmo di lamentazione o una parabola dei Vangeli), o
più lungo (come un Vangelo o una omelia di un Padre della Chiesa). Un genere
letterario va interpretato secondo quelle norme comuni che reggono questa forma
di scritto e ne fanno un genere che si distingue dagli altri. Cf
Esegesi; Ermeneutica.
Un nome ibrido per indicare Dio. Fu forgiato al tempo del
Rinascimento col fondere due parole ebraiche per designare Dio: le consonanti
provenienti dal nome sacro JHVH o YHWH, e le vocali di Adonài
(« Signore ») con l'iniziale «a» cambiata per ragioni eufoniche in una « e
». Cf Iahvè.
Gerarchia (Gr. « origine sacra », « ordine »). (inizio)
Principio di ordine che regge l'universo, gli angeli, la
società umana e la Chiesa. Lo Pseudo‑Dionigi (V o VI secolo) ha reso
popolare il concetto di una gerarchia tra gli angeli. Mediante l'Ordine sacro (gerarchia
di ordine), la Chiesa comprende i gradi di vescovi, presbiteri e diaconi (cf
CIC 330‑572). Nella gerarchia di
giurisdizione, l'autorità spetta al papa e ai vescovi; le altre forme di
governo della Chiesa derivano da essi (cf CIC 1008‑1054). L'unione
gerarchica tra il papa e i vescovi e tra un vescovo e i suoi presbiteri viene
espressa attraverso la collegialità (cf DS 1767‑1770; FCC
9.291‑9.295; LG 18‑29). Il concetto di gerarchia con le tre classi
di vescovi, presbiteri e diaconi, la cui autorità non proviene dalla base,
distingue la Chiesa Cattolica e quelle Ortodosse dai Protestanti (cf anche DS
2595). Nel linguaggio popolare, per « gerarchia » si intendono solo il papa e
i vescovi. Cf Collegialità; Cori degli
angeli; Episcopato; Ordine; Ordinazione; Vescovo.
Gerarchia
delle verità. (inizio)
È un principio per interpretare (non per selezionare) le
verità di fede in base alla loro vicinanza al mistero centrale della fede: la
rivelazione della Trinità portata da Cristo e mediante cui siamo salvi nello
Spirito. Enunciato chiaramente dal Concilio Vaticano II (UR 11), questo
principio ha dei precedenti biblici, in particolare quando il NT stabilisce
sinteticamente i punti essenziali della fede (per es., Rm 1,3‑4; 1 Cor
15,3‑5). Tutte le verità vanno credute, è ovvio, ma il fatto di
classificare e di interpretare queste verità secondo la loro relativa
importanza può eliminare false sottolineature e facilitare il dialogo ecumenico
(cf DS 3016; FCC 1.081) Cf Analogia della
fede; Dialogo; Dogma; Ecumenismo; Fede; Professione di fede; Rivelazione.
La città del re e sacerdote Melchisedech il quale
benedisse Abramo (Gn 14,18‑20). Situata in una posizione strategica sul
Monte Sion e sulle colline circostanti, Gerusalemme fu una roccaforte della
resistenza dei Gebusèi contro l'invasione degli Israeliti. Verso il 1000 a.C.,
Davide espugnò la città e ne fece la capitale del Regno di Giuda (2 Sam
5,6‑7). Salomone vi costruì un « tempio grandioso » (1 Re
6,1‑38), e Gerusalemme fu esaltata come la Città di Dio (Sal 48; 87). È,
però, probabile che Salomone non abbia fatto altro che trasformare un santuario
già esistente dei Gebusèi in una specie di cappella regale. Dopo la caduta nel
586 a.C. (2 Re 24‑25), Gerusalemme divenne la patria verso cui sospiravano
gli esiliati (Sal 137). Quando ritornarono, ricostruirono il Tempio (Cf Esd
3,1‑13; 4,24-6,22). Dopo la presa della città per opera dei Romani nel 64
a.C., Erode il Grande (che regnò dal 37 al 4 a.C.) costruì un Tempio ancora più
maestoso. Gesù fanciullo visitò Gerusalemme e il suo Tempio (Lc 2,
22‑38.41‑50). Pianse sopra Gerusalemme (Lc 19, 41‑44) e ivi
morì crocifisso. I Romani distrussero la città nel 70 d.C. Al tempo della
rivolta di Bar Kocheba (132‑135 d.C.), ricostruirono Gerusalemme
chiamandola Aelia Capitolina e proibirono agli Ebrei di ritornarvi sotto pena di
morte. Gerusalemme è la Chiesa Madre e il luogo più importante di
pellegrinaggio per tutti i cristiani. Fu riconosciuta come Patriarcato dal
Concilio di Calcedonia (451). In Gerusalemme, la chiesa del Santo Sepolcro che
abbraccia sia la tomba di Cristo sia il luogo del Calvario, manifesta le
divisioni attuali dei cristiani e ha sei gruppi separati di cristiani che
l'occupano: i Cattolici latini, i Greci Ortodossi, gli Armeni, i Siri, i Copti e
gli Etiopici. Ci sono oggi tre patriarchi a Gerusalemme: quello Greco Ortodosso,
quello Apostolico Armeno (= Ortodosso Orientale) e quello Latino. La « nuova »
e « santa » città di Gerusalemme sarà la patria finale di tutti i beati (Gal
4,25‑26; Ap 3,12; 21,2.10). Cf
Concilio di Calcedonia; Chiese Orientali; Pentarchìa; Tempio (Il).
Nato circa nel 76 a.C. e crocifisso circa nel 30 d.C.,
fondatore del cristianesimo e confessato come una Persona divina (il Figlio di
Dio) in due nature (essendo veramente e pienamente divino e umano). Una sintesi
storica di Gesù comprende almeno questi dati: fu un Ebreo della Galilea,
discendente di Davide, figlio di una donna chiamata Maria che era sposata a
Giuseppe che faceva il carpentiere. Dopo essere stato battezzato da Giovanni,
Gesù predicò il Regno di Dio, frequentò in particolare i peccatori pubblici e
altri emarginati, chiamò alcuni discepoli alla sua sequela, scelse un gruppo di
dodici, compì miracoli e narrò alcune parabole famose. La sua critica a certe
forme di pietà (Mt 6,1‑18), il suo desiderio di correggere certe
tradizioni (Mc 7,1‑23), la sua trasgressione di certe osservanze
sabbatiche (Mc 2,23‑27), il suo atteggiamento nei riguardi del Tempio di
Gerusalemme (Mc 14,58; 15,29), il suo appellarsi all'autorità divina nel
cambiare la legge (Mc 10,2‑12; Mt 5,21‑48) e nel rimettere i peccati
(Mc 2,17; Lc 7,48) e il suo comportamento di intima familiarità con Dio suscitò
la reazione di alcuni capi e maestri Giudei. A Gerusalemme (dove istituì una
nuova alleanza con Dio nel contesto della celebrazione pasquale), fu tradito,
arrestato, interrogato dai membri del Sinedrio, condannato da Ponzio Pilato,
messo a morte su una croce (che portava la motivazione scritta della sua
condanna: un sedicente messia) e fu sepolto lo stesso giorno. Pochi giorni dopo,
egli apparve gloriosamente vivo a molti individui e a gruppi. Maria Maddalena
(Gv 20,1‑2), probabilmente accompagnata da altre donne (Mc 16,1‑8),
trovò la tomba aperta e vuota. Con la forza dello Spirito, una comunità di
discepoli si raccolse attorno a Pietro e ai Dodici per riconoscere e proclamare
il risorto e glorificato Gesù come Cristo (o Messia), Salvatore, Signore divino
e Figlio di Dio. Cf Abbà; Communicatio idiomatum; Concilio di Calcedonia; Cristologia;
Enipostasi; Kyrios; Lògos; Messia; Pasqua ebraica; Preghiera di Gesù;
Soteriologia; Unione ipostatica; Teologia Trinitaria.
Il Gesù terrestre come è conosciuto attraverso una
ricerca « puramente » storica senza ricorrere alla fede. Spesso il « Gesù
storico » è stato contrapposto al « Cristo del kèrigma », o « Cristo della
fede » (= il Cristo in cui si crede e che viene predicato dalla Chiesa). Oggi,
si è generalmente d'accordo nel ritenere impossibile scrivere una « vita »
genuina di Gesù. Però, un consenso con basi serie difende molte conclusioni
storiche intorno a Gesù: il fatto che era Ebreo, che annunciò il Regno, che
compì miracoli, che narrò parabole e che fu crocifisso a Gerusalemme sotto
Ponzio Pilato. La sfida reale al problema del Gesù storico viene, comunque, da
questa domanda: È realmente possibile costruire uno studio puramente critico su
Gesù che consideri unicamente i fatti e rifiuti di valutarli teologicamente? Cf
Cristo della fede; Cristologia.
Cf
Chiesa Ortodossa Siriana.
Movimento teologico e spirituale, caratterizzato dal
rigorismo morale e dal pessimismo sulla condizione umana. Il suo nome gli viene
da Cornelio Otto Jansen (Giansenio) (1585‑1638). Questi fu ordinato
vescovo di Ypres, in Belgio, nel 1636. Con il suo amico Jean Duvergier di
Hauranne, abate di san Cirano (1581‑1643), Giansenio volle incoraggiare
una riforma autentica della dottrina e della morale cattolica. Siccome il
Protestantesimo si richiamava spesso a sant'Agostino di Ippona (354‑430),
Giansenio studiò a fondo i suoi scritti, specialmente quelli diretti contro
Pelagio. Nella sua opera postuma Augustinus
(1640), tra gli altri punti Giansenio sostenne che la grazia di Dio determina
irresistibilmente le nostre libere scelte, e senza una grazia speciale è
impossibile osservare i comandamenti. Cinque proposizioni tolte dall'Augustinus di Giansenio furono condannate nel 1653 (DS
2001‑2005; FCC 8.136‑8.140), nel 1656 (DS 2010‑2013; FCC
8.143‑8.145) e nel 1690 (DS 2301‑2332). Nonostante l'insistenza
sulla forza della grazia di Dio, i Giansenisti predicavano e praticavano una
moralità rigorosa ed un approccio scrupoloso alla recezione dei sacramenti. Cf
Agostinianismo; Determinismo; Grazia; Libertà; Pelagianesimo; Riforma (La).
Cf
Teologia giovannea.
Religione dei Giudei, popolo che discende da Abramo, e
che fu liberato dall'Egitto e scelto unicamente da Dio (Rm 9‑11). Divenne
strettamente e chiaramente monoteista al tempo dell'esilio di Babilonia
(587‑538 a.C.). Dopo aver subito per vari secoli la dominazione straniera
e la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C., i Giudei perdettero la loro terra
con la rivolta di Bar Kocheba (132‑135) e la riebbero solo nel 1948 con la
fondazione dello Stato d'Israele. L'identità religiosa e culturale del
giudaismo fu conservata attraverso la Bibbia giudaica, il Sabato, la
circoncisione e la fedele osservanza della legge mosaica e della dottrina
tradizionale. Il Concilio Vaticano II sottolineò la comune storia religiosa che
lega insieme Giudei e cristiani e che viene ricordata nell'AT (cf NA 4; LG 9).
Cf Antico Testamento; Diàspora; Ebrei; Haggadah; Monoteismo; Olocausto; Sabato;
Shemà; Sinagoga.
Uno che discende dagli Ebrei eo la cui religione è il
giudaismo. Secondo una legge decretata nel 1962 dallo Stato d'Israele, giudeo è
colui che è nato da una madre giudea o che si è convertito al giudaismo. Cf
Ebrei; Giudaismo.
Si crede che Cristo verrà di nuovo alla fine dei tempi a
giudicare i vivi e i morti (cf DS 10, 13‑14, 76, 150; FCC 0.509, 0.514,
5.004). I profeti dell'AT annunciano la venuta del « Giorno del Signore »; sarà
allora manifestata la volontà di Dio, le nazioni saranno giudicate e saranno
elargite benedizioni in abbondanza (Is 2,6‑22; Ger 17,16‑18; Gl
2,28-3‑21; Am 5,18‑20). Sviluppando spesso le immagini dell'AT, i
Vangeli sinottici parlano del grano che alla fine sarà separato dalla pula (Lc
3,17), della zizzania che sarà bruciata mentre il grano sarà riposto nel
granaio (Mt 13,24‑30.36‑43), dei pesci buoni che saranno raccolti
mentre saranno buttati via quelli cattivi (Mt 13,47‑50). Pure affermando
un giudizio futuro (Gv 5,28‑29), il Vangelo di Giovanni sottolinea anche
come il giudizio avviene già nel presente quando qui ed ora si crede o si
rifiuta di credere nel Cristo (Gv 3,18‑19). Il Concilio di Firenze ha
insegnato che, oltre ad un giudizio universale alla fine dei tempi, c'è anche
un giudizio particolare per i singoli immediatamente dopo la morte (cf DS
1304‑1306; FCC 0.022‑0.024). Tuttavia, data la natura sociale degli
esseri umani e la loro redenzione, il giudizio universale alla fine dei tempi
rimane fondamentale. Cf Avvento; Eschata;
Parusìa; Teologia giovannea.
L'autorità legale di giudicare ciò che è retto e ciò
che non lo è e di agire conseguentemente. Nella legge canonica, «
giurisdizione » significa il diritto e il dovere di governare all'interno della
Chiesa. L'autorità va intesa come propriamente pastorale e va esercitata con
umiltà e amore (Gv 2,15‑17; 1 Pt 5,1‑4). Pure essendo ordinati, i
« chierici » hanno, però, bisogno generalmente di ricevere la facoltà prima
di esercitare il loro ministero: per es., prima di udire le confessioni (cf CIC
966, 967). I parroci hanno un'autorità ordinaria delegata dal loro vescovo e
possono delegare il diritto di battezzare e di benedire i matrimoni ad altri
presbiteri e diaconi. Quelli che sono stati ordinati possono ricevere una
giurisdizione; i laici possono collaborare nell'esercizio della stessa
giurisdizione: per es., come giudici in tribunale (CIC 274, 129). Cf
Clero; Ordine.
Un tentativo dello Stato di diventate sovrano nelle cose
ecclesiastiche, ispirato dall'Illuminismo e adottato da Giuseppe II d'Austria
(Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1765 al 1790). Questi, per le sue
interferenze in materie ecclesiastiche, fu soprannominato « l'Imperatore
Sacrestano ». Col suo Editto di Tolleranza del 1781, furono soppressi gli
Ordini religiosi contemplativi, ridotti i pellegrinaggi, e la giurisdizione sui
benefici e sulle proprietà della Chiesa fu trasferita dal papa allo Stato.
Sebbene in punto di morte Giuseppe II abbia ufficialmente revocato una parte di
questa legislazione, il Giuseppinismo fu ufficialmente abolito soltanto nel
1850. Cf Chiesa e Stato; Illuminismo;
Febronianismo; Gallicanesimo; Illuminismo.
Il dono salvifico di integrità che rende gli esseri
umani accetti a Dio. La rettitudine proviene dalla fede in Cristo (Rm 1,17;
9,30‑31) e non dalle opere della legge (Rm 3,28; Gal 2,16). I Luterani
hanno enfatizzato il giudizio giustificante di Dio su coloro che hanno peccato
(Rm 3,9‑12.23), mentre i Cattolici (e gli Ortodossi) hanno illustrato la
grazia ricevuta che effettivamente trasforma i peccatori per opera dello Spirito
Santo (Rm 5,5; 6,4; 2 Cor 5,17; DS 1580‑1581; FCC 8.113‑8.114). I
due approcci, sebbene siano stati visti spesso come escludentisi reciprocamente,
possono essere intesi come complementari e non come contraddicenti l'uno
all'altro. Cf Deificazione; Fede e Opere;
Grazia; Imputazione; Luteranesimo; Opere buone; Santificazione.
La caratteristica di rettitudine e di imparzialità di un
buon giudice. Nell'AT, la giustizia di Dio è spesso sinonimo di fedeltà divina
e di amore saldo (Mi 7,8‑20), ed è strettamente collegata con la
misericordia (Sir 35,11‑24). Il re messianico manifesterà giustizia e
sapienza (Is 11,3‑5; At 7,52). La giustizia di Dio si rivela nella
salvezza elargita a coloro che credono in Gesù Cristo (Rm 3,1‑26) e che
conducono una vita irreprensibile (Mt 5,6). La tradizione cristiana chiama la
giustizia, insieme alla prudenza, alla temperanza e alla fortezza, una delle
quattro virtù cardinali (Lat. « cardine »), perché un comportamento
umano retto pratica queste virtù. Il papa Giovanni Paolo II, nella sua
Enciclica Sollicitudo rei socialis (1987)
ha evidenziato il male collettivo e le strutture di peccato che ostacolano la
realizzazione della giustizia sociale, sia nazionale che internazionale. Cf
Dottrina sociale; Opzione per i poveri; Teologia della liberazione; Virtù
cardinali.
La situazione privilegiata dei primi esseri umani prima
che cadessero nel peccato. Intesa per secoli come un periodo storico di tempo,
questa giustizia originale va meglio intesa come un modo di parlare della nostra
bontà in quanto creata e santificata da Dio (Gn 1,26‑31). Fino a tempi
recenti, i teologi hanno elaborato un intero elenco di doni « preternaturali »
o speciali che si ritenevano essere stati elargiti ad Adamo ed Eva. Cf
Adamo; Caduta (La); Concupiscenza; Doni preternaturali; Eva; Grazia; Peccato
originale.
Inno molto antico ispirato dal canto degli angeli quando
nacque Cristo (Lc 2,14). Nella Messa latina, viene recitato o cantato nelle
solennità, domeniche (eccetto in Avvento e in Quaresima) e feste. In Oriente,
fa parte delle preghiere del mattino. Cf
Avvento; Domenica; Festa; Quaresima.
Nell'AT, si chiama così la manifestazione radiante e
maestosa della presenza di Dio (Es 33,8‑23). Con l'Incarnazione, la gloria
del Figlio di Dio è già stata rivelata in questa vita (Gv 1,14), una gloria
che ha raggiunto la sua pienezza nella sua morte e risurrezione (Gv
17,1.4‑5). Come gli angeli (Lc 2,14), anche gli uomini sono chiamati a
dare gloria e lode a Dio (Lc 17,18; At 12,23). Cf
Dossologia; Doxa; Epifania; Grazia.
Suoni spezzati e incomprensibili di coloro che hanno
questo carisma dello Spirito Santo nel lodare e nel pregare Dio (1 Cor
12,10.28.30; 13,1.8; 14,1‑27; cf Rm 8, 26). L'ispirazione profetica, un
carisma più profondo e più utile, può interpretare per gli altri questi
suoni. Nell'interpretare il fenomeno delle lingue come un miracolo che
permetteva di parlare lingue straniere (At 2,4; cf Mc 16,7), san Luca si
riferisce anch'egli alla glossolalia in un modo che assomiglia a quanto sappiamo
da san Paolo nella prima lettera ai Corinzi (At 10,46; 19,6). Cf Carismi; Pentecoste; Pentecostali; Profeta; Spirito Santo.
È un modo di descrivere la vita eterna (Gv 17,3). Questa
conoscenza vitale del Padre e del Figlio non è una pura percezione
intellettuale delle cose, ma sorge da una relazione personale profonda (Gv
10,14‑15; 14,9). Per san Paolo, la conoscenza è imperfetta e addirittura
inutile se non è animata dall'amore (1 Cor 13,2.9.12).
Movimento
religioso dualistico, il quale
a)
attingeva dall'ebraismo, dal cristianesimo e dal paganesimo;
b) emerse
con chiarezza nel II secolo;
c)
presentava la salvezza come un complesso di elementi spirituali liberi dalla
materia ambientale malvagia.
Gli
gnostici cristiani negavano l'incarnazione reale di Cristo e la salus carnis (Lat. « salvezza della carne ») da lui realizzata.
Rifiutavano (o modificavano) la tradizione e le scritture sulle linee portanti
del cristianesimo, vantavano una conoscenza privilegiata (di Dio e della nostra
sorte umana) come frutto di tradizioni segrete e di rivelazioni. Gli scrittori
ortodossi cristiani, specialmente sant'Ireneo (circa 130 ‑ circa 200) ci
forniscono molte informazioni sullo gnosticismo. Una conoscenza diretta più
profonda di questo movimento fu possibile dopo il 1945, quando cinquantadue
scritti che trattavano dello Gnosticismo, in lingua copta e del IV secolo dopo
Cristo, furono trovati a Nag Hammadi (Egitto). Cf
Albigeismo; Bogomili; Demiurgo; Dualismo; Manicheismo; Regola di fede;
Valentiniani.
Qualsiasi dono non dovuto o aiuto concesso da Dio
liberamente e per amore, ma soprattutto il dono massimo e fondamentale di essere
salvi in Cristo mediante la fede (Rm 3,21‑26; 4,13‑16.25; Ef
2,5‑8). Dio desidera elargire questa grazia a tutti gli uomini (1 Tm
2,4‑6). La pienezza di grazia di Cristo (Gv 1,16‑17) ci reca una
nuova nascita (Gv 1,13; 3,3; 1 Pt 1,3‑5), e il dono dello Spirito Santo
(Rm 5,5), ci rende figli adottivi di Dio (Rm 8,14‑16) e membra del Corpo
di Cristo (1 Cor 12,27). L'autocomunicazione di Dio (chiamata spesso grazia
increata) significa la deificazione della vita umana e innalza ad un livello
nuovo e non dovuto il rapporto della creatura verso il Creatore, trasformando
così la natura umana (= grazia creata)
e anticipando la vita futura del paradiso. Fin dalle origini, i cristiani hanno
riconosciuto il ruolo speciale dei sacramenti nella vita di grazia. Per esempio,
è mediante la grazia del battesimo che i nostri peccati sono perdonati e che
noi veniamo giustificati e santificati (1 Cor 6,9‑11). Cf
Adozione a figli di Dio; Cielo; Deificazione; Doni dello Spirito Santo;
Esistenziale, soprannaturale; Fede; Giustificazione; Pelagianesimo; Sacramento;
Santificazione; Sistemi della grazia; Visione beatifica.
Termine che indica la vita nuova in Cristo recata dalla
grazia (increata). È chiamata spesso grazia
santificante perché è lo stato di chi è fondamentalmente santificato
ossia reso santo dallo Spirito Santo. Distinta dalla grazia abituale, si ha la grazia
attuale: questa è l'effetto dello Spirito Santo che viene incontro ad una
necessità particolare o sostiene un'azione specifica. Cf
Abito; Santità; Spirito Santo.
Qualsiasi grazia offerta da Dio e che venga liberamente
accettata. Quando gli uomini rifiutano questa grazia che viene loro offerta, la
grazia si chiama (puramente) sufficiente.
Cf
Canto gregoriano.
È una
guerra che può essere considerata moralmente legittima. Sebbene il concetto
fondamentale si trovi già in Cicerone (106‑43 a.C.), sant'Agostino di
Ippona (354‑430) è ritenuto l'autore della teoria della guerra giusta.
Egli riteneva la guerra un male minore quando la metteva a confronto con la
selvaggia crudeltà di certe orde di barbari da cui era legittimo difendersi.
Nel secolo XX, le condizioni che possono giustificare una guerra furono fissate
in questo modo:
a) la
guerra deve essere una difesa ed una risposta ad un'aggressione ingiusta;
b) ci deve
essere una reale possibilità di successo per giustificare tutti i sacrifici del
tempo di guerra;
c) ci deve
essere una proporzione tra il costo morale e fisico delle ostilità e la pace
con il migliore ordine sociale che ne conseguirà;
d) solo gli
obiettivi militari, non i civili inermi, possono essere bersaglio delle azioni
militari;
e) la forza
non deve mai essere usata come mezzo a sé stante o per infierire brutalmente
contro l'ordine sociale e il personale militare.
Siccome
alcune di queste condizioni possono difficilmente riscontrarsi in una guerra
nucleare, questo tipo di guerra non è ritenuto legittimo dalla maggioranza dei
moralisti. Però, il problema di un deterrente nucleare è tuttora dibattuto (GS
79‑82). Cf Pace.
H
Interpretazione ebraica delle Scritture col narrare
leggende, atti folcloristici, parabole e altro materiale non giuridico. Insieme
all'Halachah, forma il Talmud. Cf Talmud.
Acclamazione greca che esalta Dio tre volte intendendo
così esprimere la pienezza della santità divina (cf Is 6,3). È conosciuta più
comunemente col nome di Trisagio (Gr.
« tre volte santo »):
« Hàgios
o Theòs. Sanctus Deus (Dio santo) ».
« Hàgios
ischyròs. Sanctus fortis (Santo forte) ».
« Hàgios
athànatos, elèison himàs. Sanctus immortalis, miserère nobis (Santo
immortale, abbi pietà di noi) ».
Mentre
nella liturgia latina questo ritornello è usato soltanto il Venerdì Santo, le
liturgie orientali lo cantano abitualmente. Cf
Santità; Trisagio; Venerdì Santo.
Nome dato dagli Ebrei ai Salmi 113‑118, che erano
cantati in certe festività, come la Pasqua (cf Mt 26,30), Pentecoste e la Festa
dei Tabernacoli (cf Gv 7,2). « Hallelujah » (Ebr. « lode al Signore »): è
una parola che ricorre spesso, nei Salmi, ed è usata dalle liturgie cristiane,
specialmente nel tempo pasquale. Cf
Liturgia; Pasqua ebraica; Pentecoste.
Cf
Tempio (Il).
Cf
Storia della salvezza.
Parola che indica una caratteristica di Dio e che ricorre
duecentoquarantacinque volte nell'AT, fra cui centoventisette volte nei Salmi.
Dio è anche invocato come « mia hesèd
» (Sal 144,2). Hesèd indica la
fedeltà misericordiosa di Dio nel mantenere le promesse dell'Alleanza,
nonostante l'infedeltà dei « partners » umani. Cf Alleanza; Berith.
Si chiamano così i seguaci di Giovanni Hus (circa
1369‑1415), un sacerdote boemo che insegnava filosofia e teologia
all'Università di Praga. Venne a conoscenza delle idee della riforma di
Giovanni Wycliffe (circa 1330‑1384) e le diffuse. Fu giudicato e bruciato
sul rogo nel Concilio di Costanza (cf DS 1201‑1230; 1247‑1279; FCC
7.075‑7.086, 9.096‑9.098), divenendo così un eroe nazionale Ceco.
Gli Hussiti adottarono le sue posizioni, tra cui la predestinazione e la
Scrittura come unica norma di fede. La loro eredità continua in varie Chiese
della Moravia sparse nel mondo. Nel 1920, la Chiesa cecoslovacca hussita, che
affermava di esserne la rappresentante, si staccò dalla Chiesa Cattolica, dopo
aver chiesto una liturgia in lingua volgare, il celibato libero per il clero e
la partecipazione dei laici nel governo della Chiesa. Queste richieste non
vennero accolte. Hus rigettò erroneamente la validità dei sacramenti
amministrati da preti simoniaci. La priorità che egli diede alla Scrittura come
unica norma di fede fece di lui un precursore dei Riformatori (cf DS 1480; FCC
7.098). Egli sostenne che i laici potevano comunicarsi sotto le sue specie.
Questo fu ammesso nel Concilio Vaticano II (cf DS 1725; FCC 9.160; SC 55). Cf
Concllio di Costanza; Donatismo; Lingua volgare; Predestinazione; Riforma (La);
Simonìa; Sola Scrittura.
I
È il nome proprio che gli Ebrei dànno a Dio, che è
anche chiamato frequentemente Elohim (= il nome semitico che indica comunemente
Dio). Il nome « Iahvè » si trova nei racconti della creazione e dei
patriarchi (cf Gn 2,4; 4,26; 12,8; 26,25). Potrebbe, però, essere un
anacronismo, essere, cioè, un nome dato a Dio in una data posteriore, quando le
tradizioni e i testi originali furono poi composti da un redattore chiamato
iahvista. Secondo un altro redattore (chiamato elohista, perché fino allora
aveva usato il nome « Elohim » per designare Dio), Iahvè come nome di Dio fu
rivelato per la prima volta a Mosè e fu spiegato come « Io sono colui che sono
», o « Io sarò quello che sarò » (Es 3,13‑15). Comunque, invece di
aver ricevuto il nome « Iahvè » da una rivelazione speciale, gli Israeliti
potrebbero averlo mutuato da altri. Se lo si intende in senso causativo, cioè
come « colui che fa essere », il nome indica Dio come creatore e signore della
storia. Verso la fine dell'esilio di Babilonia (587‑538 a.C.), gli Ebrei
cessarono di pronunciare questo nome e lo scrissero col tetragramma (Gr. «
parola di quattro lettere ») YHWH. Ogni volta che lo incontravano, invece di
nominarlo, dicevano: « Adonài » (Ebr. « Signore »). Un rispetto del genere
per il nome di Dio è manifestato nelle versioni che traducono « Iahvè » con
« Signore ». Cf Israele; Pentateuco;
Geova.
Immagine sacra, dipinta sul legno o formata da un
mosaico. Le icone sono normalmente dipinti piatti, anche se alle volte i
contorni degli abiti possono essere dipinti su uno scudo protettivo. Più che
rappresentare realisticamente persone o scene, le icone le presentano
simbolicamente ed hanno una funzione integrativa per il culto sia privato che
pubblico nelle Chiese orientali. I produttori delle icone rimangono spesso
anonimi perché è centrale la fedeltà alla tradizione più che l'originalità.
Gli artisti creano queste opere come un'attività religiosa e vi si preparano
con la preghiera e il digiuno. La venerazione per le icone non si riferisce alle
immagini in sé, ma alle persone sacre che rappresentano; il Dio vivente, la
Vergine Maria, gli angeli o i Santi. Cf
Adorazione; Culto; Teologia orientale; Venerazione dei santi.
Un movimento ostile all'uso delle immagini nel culto
cristiano che turbò l'impero bizantino dal 725 circa all'843. In una prima
fase, le icone furono distrutte in quanto ritenute inconciliabili con la fede
cristiana e oggetto di scandalo per gli Ebrei e per i Musulmani. Dal monastero
di San Saba, vicino a Gerusalemme, san Giovanni Damasceno (circa 675 ‑
circa 749) sostenne che l'uso delle immagini per rappresentare Cristo ed altre
persone sacre era una conseguenza necessaria dell'incarnazione. Dopo che
l'iconoclasmo fu accettato dal sinodo eretico di Ieria (753), il concilio
ecumenico di Nicea II (787) riabilitò le immagini e la loro venerazione (DS
600‑603; 2532; FCC 7.336‑7.338). In una seconda fase della crisi
(814‑843), le icone, mentre furono tollerate per intenti didattici, non
furono ritenute convenienti per il culto pubblico e perciò vennero rimosse
dalle chiese. Fin dall'inizio, i monaci furono perseguitati e talvolta uccisi
dagli iconoclasti. Una difesa importante delle immagini si ebbe anche con san
Teodoro Studita (759‑826). Per segnare la fine della controversia, fu
stabilita la Festa dell'Ortodossia ed è tuttora celebrata la prima domenica di
Quaresima nelle Chiese Orientali. Cf
Concilio di Nicea II; Immagine di Dio; Islamismo; Ortodossia.
Nelle chiese d'Oriente, si tratta di uno schermo o muro
con icone che separa la navata dal presbiterio. Il presbiterio simboleggia il
cielo; la navata, la terra. Però, entrambi si trovano sotto lo stesso tetto,
per indicare che nella liturgia noi della terra siamo uniti col cielo.
L'iconostasi ha tre porte: la porta regale, al centro, riservata al celebrante
principale, vescovo o presbitero, porta direttamente all'altare; la porta di
destra conduce al diakonikon, una
specie di sacrestia per i diaconi che assistono il celebrante; la porta di
sinistra conduce alla prothesis, o
stanza riservata per la preparazione dei doni.
Qualsiasi interpretazione comprensiva della realtà e
della storia in cui predominano le idee e gli ideali sull'esperienza concreta e
sugli oggetti percepiti esternamente. Più specificamente, l'idealismo si
riferisce a qualsiasi sistema filosofico che abbracci tutto sotto la coscienza,
il pensiero e la ragione. In questo senso, l'idealismo si oppone al realismo di
senso comune, come anche al naturalismo e al materialismo, che interpretano il
reale come costituito, rispettivamente, di natura e di materia. L'idealismo ha
subìto molte variazioni, da Platone (427‑347 a.C.) che riteneva
inaffidabile l'esperienza del mondo sensibile e trovava la vera conoscenza nel
regno più elevato delle idee eterne, a Giorgio Guglielmo Federico Hegel
(1770‑1831) per il quale tutta la storia è la manifestazione evolutiva
dell'Assoluto. Tra questi due, ci sono delle varianti, come in René Descartes
(1596‑1650), che proclamava la certezza nell'atto individuale di
conoscere, ed in Immanuel Kant (1724‑1804), che mostrava fino a che punto
la mente umana costruisce quella che chiamiamo realtà esterna. L'insegnamento
della Chiesa ha condannato l'idealismo in quelle forme estreme (DS 3878, 3882;
FCC 1.096) che escludono l'assoluta libertà di Dio e la nostra libertà
limitata. Ha respinto, in particolare, il tentativo razionalistico di Anton Günther
(1783‑1863) di adattare la teologia all'hegelianismo (DS 2828‑2831,
2914, 3025; FCC 1.024, 3.025). Cf
Filosofia; Razionalismo.
È il culto di divinità false, non esistenti. L'AT
condanna severamente l'adorazione di idoli o immagini di falsi dei (Es
20,3‑4; Dt 5,7‑9; Sal 115,4‑8). Il NT non solo denuncia
l'idolatria (1 Cor 5,10; Ap 21,8; 22,15), ma anche, sviluppando l'estensione del
concetto (cf Is 2,6‑11), respinge l'attaccamento al denaro come idolatria
(Ef 5,5; Col 3,5). Cf Adorazione; Culto;
Giudaismo; Icona; Iconoclasmo.
Mancanza di conoscenza che rimane anche dopo seri sforzi
per informarsi adeguatamente. Essa scusa da ogni colpa di fronte a Dio. Così,
nonostante l'interessamento coscienzioso e senza che vi sia colpa loro propria,
ci possono essere di quelli che sono incapaci di accettare la Chiesa e il suo
insegnamento. Ciò può provenire dall'educazione ricevuta, da pregiudizi
sociali, o da semplice mancanza di contatto col messaggio cristiano (cf DS
2865‑2867; FCC 7.030‑7.031; LG 16; GS 16). L'ignoranza invincibile
può essere fisica, come nel caso di bambini e di malati mentali; negli altri
casi, è morale. Cf Errore; Tolleranza.
Cf
Materia e forma.
Movimento cominciato nel XVII secolo in Europa (e
diffusosi nel Nord America). Questo movimento, contrario all'autorità e alla
tradizione, difendeva la libertà e i diritti umani, incoraggiava i metodi
empirici nella ricerca scientifica, e pretendeva di risolvere i problemi con il
solo uso della ragione. In campo religioso, molti seguaci di questo movimento
sostenevano la critica biblica, negavano la rivelazione divina e i miracoli, e
si opponevano tenacemente alle linee portanti del cristianesimo. Le figure più
importanti dell'Illuminismo furono: Denis Diderot (1713‑1784), Benjamin
Franklin (1706‑1790), David Hume (1711‑1776), Immanuel Kant
(1724‑1804), Gotthold Ephraim Lessing (1729‑1781), Giovanni Locke
(1632‑1704), Mosè Mendelssohn (1729‑1786), Jean‑Jacques
Rousseau (1712‑1778) e François‑Marie Arouet (= Voltaire)
(1694‑1778). Sebbene l'Illuminismo abbia predicato false speranze per il
progesso sociale ed abbia incoraggiato un razionalismo antidottrinale, ha
tuttavia sostenuto un sano rispetto per la ragione umana e per la libertà
religiosa. Cf Autonomia; Autorità;
Deismo; Libertà religiosa; Miracolo; Razionalismo; Rivelazione.
Un testo molto influente per la ricerca della perfezione
spirituale attraverso la sequela di Cristo come modello. Attribuito comunemente
a Tommaso da Kempis (circa 1380‑1471), il libro esprime in maniera
classica la devotio moderna (Lat. «
devozione moderna »), una forma di preghiera profonda e di pietà personale
che, alla fine del XIV secolo, si diffuse dall'Olanda nel resto dell'Europa. Cf
Devozione.
L'ideale e la pratica di seguire Gesù Cristo che si
trova nel primissimo documento cristiano (1 Ts 1,6) e nelle lettere di Paolo è
anche collegato con l'imitazione dello stesso apostolo (1 Cor 4,16; 11,1; 2 Ts
3,7). Per Paolo l'imitazione di Cristo significa la liberazione dal peccato e la
rinuncia di sé che conforma i credenti al modello della crocifissione e
risurrezione (Rm 6,11), la disponibilità a lasciarsi plasmare dallo Spirito
Santo che abita in noi (cf Rm 8,4.11), e il servizio oblativo di amore verso gli
altri (1 Cor 13; Gal 5,13). Il Vangelo parla in modo caratteristico di un
discepolato personale che è pronto a servire il prossimo che si trova nel
bisogno (Lc 10,29‑37) e a seguire il Figlio dell'Uomo sulla strada che
dalla sofferenza porta alla gloria (Mc 8,31‑38). Invece di « imitazione
» di Cristo, l'Oriente cristiano preferisce parlare di « vita in Cristo » (cf
Gv 15,1‑17; 1 Gv 2,1‑6): è un tema che si trova in molte opere di
scrittori orientali circa la vita spirituale. Cf
La vita in Cristo, di Nicola Cabasila (nato nel 1332 circa) e La mia vita in Cristo, di Giovanni di Kronstadt (1829‑1908).
Festa dell'Occidente celebrata l'8 dicembre riguardante
il fatto che, per un privilegio unico e in considerazione dei meriti del Figlio
suo, Maria di Nazaret è stata immune da ogni peccato, anche da quello
originale, fin dal primo istante della sua concezione (cf DS 2800‑2804;
FCC 5.023‑5.026). Molti passi della Scrittura sono stati costantemente
intesi come un orientamento in quel senso (Gn 3,15; Lc 1,28). Sebbene il dogma
in quanto tale sia stato definito da Pio IX solo nel 1854, la festa risale
almeno al VII secolo. In parte a motivo di differenze sulla nozione di peccato
originale, gli Ortodossi non onorano la Madre di Dio come « concepita
immacolata », ma come achrantos (Gr.
« immacolata ») e Panaghia («
Tutta‑Santa »). Cf Peccato
originale; Theotòkos.
La capacità creativa di andare oltre ai dati immediati,
così da formare, richiamare e riferire idee e oggetti presentati qui e ora dai
sensi. Sebbene alcuni filosofi e teologi di valore abbiano respinto
l'immaginazione per il suo influsso pericoloso e fuorviante, sono sempre più
numerosi oggi quelli che vedono il ruolo positivo dell'immaginazione nella vita
religiosa, nel pensiero e nel culto. È essenziale per la comunicazione della
fede. L'esercizio disciplinato dell'immaginazione porta a conoscere e ci aiuta a
percepire, interpretare e integrare la verità. Cf Estetica; Icona; Teologia della bellezza.
La dottrina secondo cui gli esseri umani, uomini e donne,
furono creati a immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26‑27). Alcuni Padri
della Chiesa e più tardi vari teologi distinsero fra
a) l'«
immagine » di Dio che spetta agli esseri umani, creature dotate di ragione e di
libera volontà. Questa immagine può soltanto essere oscurata dal peccato;
b) e la «
somiglianza » con Dio. Questa, se viene perduta col peccato, può essere
restaurata con la grazia mediante il battesimo e la vita di fede.
Il NT
riconosce Cristo come la vera immagine di Dio (Col 1,15). Egli è il modello a
cui devono conformarsi tutti gli esseri umani (Rm 8,29). Cf Caduta (La); Corruzione totale; Creazione; Deificazione; Grazia;
Peccato originale.
La presenza di Dio dovunque e in ogni cosa (cf Sal 139).
Se non è completata dal senso della trascendenza divina, che significa che Dio
esiste anche come totalmente diverso e superiore all'intero universo, la nozione
di immanenza può sfociare nel panteismo. Cf Onnipresenza; Panenteismo; Panteísmo; Trascendenza; Trinità immanente.
L'attributo divino dell'Essere immensurato e
immensurabile. Essendo al di là di ogni misura, Dio è la misura di ogni cosa e
di ognuno. Questa tematica è sviluppata in un modo particolarmente drammatico
in Giobbe 38‑42 (cf DS 800; 3001; FCC 3.018, 6.060). Cf Attributi divini; Dio.
Sacrificio che comprende una vittima, un sacerdote e il
popolo in una offerta fatta a Dio. Nell'Eucaristia, il sacrificio di Cristo, che
è stato espresso ritualmente nell'Ultima Cena ed è stato consumato sul
Calvario, viene ri‑presentato (non ripetuto) e i suoi effetti sono validi
oggi (cf 1 Cor 11,23‑26; DS 1740‑1741; FCC 9.172‑9.173). Cf Eucaristia; Sacrificio.
Cf
Anima; Morte; Risurrezione; Vita dopo morte.
Immune da cambiamenti e dalla possibilità di
cambiamenti. Strettamente parlando, solo Dio perfettissimo è completamente
immutabile (cf Mal 3,6; Sal 102,27; DS 285; 294; 800; 3001; FCC 4.010; 6.060,
3.018). Come uomo, Cristo era soggetto al cambiamento e alla morte. Cf
Incarnazione.
Immunità dalla possibilità di soffrire e dal subire
cambiamenti per opera di una causa esterna. Solo Dio perfettissimo e immutabile
è impassibile (cf DS 16, 166, 293 300, 358‑359; FCC 4.009). Questo però
non vuol dire che Dio sia indifferente e disinteressato. L'amore divino lo ha
portato all'incarnazione (Gv 3,16), mediante cui il Figlio di Dio venne a
soffrire e a morire a motivo della sua natura umana. Cf Apatia; Controversia teopaschita; Immutabilità; Passione.
Ci sono casi o circostanze personali che impediscono di
contrarre matrimonio. Si chiamano impedimenti
dirimenti e rendono invalido il matrimonio. Gli impedimenti dirimenti
comprendono l'insufficienza di età, gli ordini sacri, l'impotenza, un
matrimonio già esistente, il voto pubblico perpetuo di castità, una stretta
consanguineità (cf CIC 1073‑1094). Cf
Rato e consumato; Validità.
Secondo Immanuel Kant (1724‑1804), è un principio
morale incondizionato che obbliga in modo assoluto, mentre l'imperativo ipotetico obbliga solo in forza di una meta che uno si
è scelto. Cf Etica.
Una forma di benedizione che si trova nell'AT (Gn 48),
adottata da Gesù nel compiere miracoli (per es., Mc 1,41; 5,41) e usata dai
suoi discepoli (At 13,3; 1 Tm 4,14; 5,22), in particolare per comunicare lo
Spirito Santo (At 8,17s; 19,6). L'imposizione delle mani divenne il rito
principale nel conferire gli Ordini sacri (cf DS 3858‑3860; FCC
9.314‑9316). Senza insistere sull'accettazione da parte dei Greci del rito
latino e delle sue cerimonie circa l'ordinazione (DS 1326; FCC 9.287), il
Concilio di Firenze (1439) approvò il modo con cui i Greci venivano ordinati, e
cioè con l'imposizione delle mani. I riti del battesimo e della cresima
comprendono pure un'imposizione delle mani. Questa è raccomandata anche nel
nuovo rito della penitenza. Cf Concilio di
Firenze; Ordine.
Attribuire legalmente a qualcuno la colpa o la giustizia
di un altro. Questa nozione è fondamentale nella visuale protestante della
giustificazione. La giustizia di Cristo viene a noi peccatori attribuita (più
che impartita). Però, il dialogo di oggi tende a mitigare le distinzioni troppo
rigide che esistono tra la visuale protestante (Dio dichiara semplicemente
giusti i peccatori) e quella cattolica (Dio rende veramente giusti i peccatori).
Cf Deificazione; Giustificazione;
Luteranesimo; Protestante.
È verità di fede che la salvezza del mondo fu operata
dal Figlio di Dio, il quale, pur rimanendo pienamente divino, divenne veramente
e pienamente uomo (Gv 1,14; Gal 4,4‑5). In un luogo specifico e in un
tempo preciso della storia, egli nacque da Maria Vergine, morì su una croce
sotto Ponzio Pilato e risuscitò dai morti con un corpo glorificato (Rm
1,3‑4). Dal Concilio Niceno I (325) al Costantinopolitano III (680), i
Concili della Chiesa hanno respinto vari tentativi di attenuare o di negare la
piena umanità e la piena divinità di Gesù Cristo. Cf
Concilio di Calcedonia; Concilio Costantinopolitano III; Concilio di Nicea I;
Docetismo.
Incomprensibilità.
(inizio)
Ritenere che Dio è il mistero assoluto che oltrepassa la
comprensione umana. Quello che conosciamo della rivelazione ci rende capaci di
riconoscere ancora più profondamente che non conosciamo realmente Dio (cf DS
800, 3001; FCC 3.018, 6.060). Cf Mistero;
Teologia apofatica; Teologia negativa.
Termine nuovo per indicare l'obbligo che è sempre
esistito di contestualizzare e portare nelle diverse culture e nei diversi
popoli il messaggio e lo stile di vita cristiani. San Paolo e gli altri primi
missionari hanno dovuto affrontare il compito di adattare alle masse di credenti
non Ebrei (cf At 15,1‑29; 17,16‑34; Gal 2,1‑10) l'annuncio del
vangelo. Dopo che il cristianesimo ebbe messo salde radici in Europa, esso
divenne troppo strettamente identificato con la cultura europea. Il Concilio
Vaticano II (1962‑1965) insegnò che il vangelo non prende nessuna cultura
come normativa, ma che esso va incarnato in ogni cultura per la salvezza di
tutti (cf LG 13; 17; 23; GS 39, 55, 58; AG 9‑11, 21‑22). Cf
Cattolicità; Evangelizzazione; Teologia della missione.
(inizio)
Cristo ha promesso alla sua Chiesa che durerà sino alla
fine del mondo (cf Mt 16,18; 28,18‑20; Gv 14,16‑17). Con la presenza
del Signore risorto e sotto la guida dello Spirito Santo, la Chiesa, presa nella
sua globalità, non può venir meno alle sue qualità fondamentali e ad essere
testimone della verità rivelata (cf DS 3050‑3052; FCC 7.176‑7177;
LG 12). L'infallibilità è un aspetto di questa guida generale operata dallo
Spirito Santo. Cf Infallibilità; Note
(segni) della Chiesa.
Mancanza di interesse nelle questioni religiose. Ciò
proviene dal secolarismo, dall'assenza di una formazione religiosa conveniente,
o da una defezione personale alla pratica della fede in Dio (cf DS
2915‑2918; FCC 7.035‑7.038). « Indifferenza
» può anche significare un distacco da tutte le creature ed esperienze,
permettendo così alla volontà divina di guidare le nostre scelte. In questo
senso, l'« indifferenza »
caratterizza la spiritualità di sant'Ignazio di Loyola (1491‑1556). Cf
Apatia; Esicasmo; Secolarismo.
Una delle religioni principali del mondo e la religione
principale del subcontinente indiano. L'Induismo non è stato fondato da una
persona singola in un punto preciso della storia; non ha un sistema preciso di
verità; accetta molte divinità, in particolare Brahma che ha creato l'universo, Visnù che lo protegge e Siva che
lo distrugge. Eppure, queste divinità sono intese soltanto come manifestazioni
differenti di un Unico Dio Supremo (Siva per il Saivismo, o Visnù per il
Vaishnavismo), nella corrente teista, o di un Assoluto divino, impersonale
(Brahman) nella corrente non dualista. I primi scritti sacri dell'Induismo sono
i Vedas; poi si ebbero trattati più
mistici chiamati Upanishads; l'opera
religiosa più popolare è la Bhagavad‑gita.
L'Induismo è stato trasmesso mediante la tradizione di maestri spirituali e di
insegnanti nelle differenti caste e nei vari contesti socio‑culturali. Le
sue pratiche ascetiche e la meditazione (« dhyana ») mediante lo yoga mirano a
liberare dalla passione e dall'ansia per unirsi a Dio nell'amore e
nell'abbandono (corrente teista) o a venire assorbiti nel definitivo Assoluto
divino (corrente non dualista). Si ritiene che la libertà avvenga di solito
dopo una serie di re‑incarnazioni (cf NA 2). Cf
Religione; Religioni del mondo.
Si tratta della remissione della pena temporale dovuta a
causa dei peccati per i quali è già stato espresso il pentimento e di cui si
è già ricevuto il perdono. Questa remissione della pena proviene dal tesoro
dei meriti infiniti di Cristo e della partecipazione dei Santi alla sua passione
e gloria. Nella Chiesa dei primi secoli, l'intercessione di coloro che
affrontavano il martirio poteva ridurre la penitenza severa imposta ai peccatori
penitenti. Nel secolo XVI, l'abuso scandaloso delle indulgenze favorì
l'esplosione della Riforma. Il diritto di concedere indulgenze è riservato in
linea di principio alla Santa Sede. A differenza delle indulgenze parziali,
quelle plenarie rimettono l'intero debito della pena purché siano adempiute
tutte le condizioni richieste per il loro acquisto. Sia le indulgenze parziali
che quelle plenarie possono essere applicate ai defunti che si trovano in
Purgatorio. Nella Costituzione Apostolica Indulgentiarum
Doctrina (1967), Paolo VI ridusse il numero di indulgenze plenarie e
sottolineò la necessità della conversione personale del cuore (cf DS 1467; CIC
929‑997). Cf Merito; Purgatorio;
Peccato; Sacramento della penitenza.
Il rifiuto peccaminoso di vedere la mano di Dio all'opera
(Es 11,10), o di aiutare i poveri (Dt 15,7). Il NT usa un linguaggio simile per
coloro che rifiutano di aprirsi alla fede in Cristo e al suo messaggio (Mt
13,13‑15; Mc 16,14). Cf Corruzione
totale.
Ineffabilità
(Lat.
« essere inesprimibile, indescrivibile »).
(inizio)
L'essere di
Dio è tremendamente misterioso, e, nonostante i nomi divini, è in definitiva
innominabile (Es 3,34; Gv 1,13; 1 Tm 1,17; Rm 11,33‑36). Dio si può
conoscere, ma rimane indescrivibile, o al più si può descrivere solo
negativamente (cf DS 800, 3001; FCC 3.018‑6.060). Nelle Sinagoghe, quando
si deve leggere il nome di Dio, non lo si pronuncia, ma lo si sostituisce con Adonài (Ebr. « Signore »). Cf
Iahvè; Incomprensibilità.
Termine che si riferisce innanzitutto ad una conseguenza
importante dell'ispirazione biblica: la verità salvifica della Scrittura (DV
11). Questa verità emerge progressivamente dal ricordo ispirato, è centrata su
Cristo e va cercata nella Bibbia presa nella sua globalità. Per valutare la
verità contenuta nei libri particolari della Bibbia, occorre esaminare gli
intenti, i presupposti, il contesto, i modi di espressione degli autori e le
tradizioni soggiacenti (DV 12). L'inerranza caratterizza anche la sensibilità
che l'intero popolo di Dio manifesta per la verità. Guidata dallo Spirito, la
Chiesa non può errare in materie di fede (cf 1 Gv 2,20.27; LG 12). Cf
Bibbia; Esegesi; Ispirazione; Sensi della Scrittura; Sensus fidelium; Verità.
L'immunità dalla possibilità di sbagliare in materia di
fede rivelata e di costumi. Questa prerogativa è stata elargita da Cristo alla
Chiesa tutta intera attraverso lo Spirito Santo (Gv 10,12‑15; LG 12), e in
particolare all'intero collegio dei vescovi in unione col papa, successore di
Pietro (cf At 15,1‑29; 1 Cor 15,3‑11; LG 25). Le definizioni
infallibili sono venute di solito da concili ecumenici (cf DS 265,
363‑364; FCC 7.141), raramente dal papa. Il Concilio Vaticano I ha
insegnato che il papa è infallibile quando, come pastore di tutti i cattolici e
successore di Pietro (cf Mt 16,18‑19; Lc 22,31‑32), insegna
solennemente ex cathedra come rivelato
un punto che riguarda la fede o i costumi (DS 3065‑3075; FCC
7.190‑7.199). Nel suo magistero ordinario, l'intero collegio dei vescovi
in unione col papa insegna infallibilmente quando tutti « convengono su una
sentenza da ritenersi come definitiva » (LG 25). Nell'interpretare gli asserti
infallibili, bisogna distinguere il punto della definizione dalla sua
formulazione che è condizionata dalle circostanze storiche del tempo. Cf Collegialità;
Concilio ecumenico; Concilio Vaticano I; Definizione ex cathedra; Magistero;
Verità.
Il « luogo » o lo stato dove i demoni e i peccatori
morti senza pentirsi soffrono per sempre (DS 1002; FCC 0.019). Questo castigo
eterno, che varia a seconda della gravità dei peccati commessi (cf DS 1306; FCC
0.024), consiste nell'esclusione dalla presenza di Dio (poena damni = dannazione vera e propria), e nel soffrire un « fuoco
» inestinguibile, ma non specificato (poena
sensus; cf DS 443, 780; FCC 9.036) L'insegnamento della Chiesa si basa sul
NT (Mt 13,36‑43; 25,31‑46) nell'insistere sulla possibilità
dell'inferno per coloro che con deliberata cattiveria rifiutano di amare Dio e
il loro prossimo. Non si pronuncia, invece, sul numero dei dannati. L'amore
salvifico di Dio verso tutti rimane una forza fondamentale ed efficace (1 Cor
15,28; 1 Tm 2,3‑6). Cf Apocatastasi;
Escatologia; Indurimento del cuore.
Infinità
(Lat. « senza limiti »).
(inizio)
È la qualità dell'Essere illimitato e senza fine.
Strettamente parlando, solo Dio è pienamente illimitato e perfettamente
infinito, in quanto è illimitato nello spazio e nel tempo e immensurabilmente
superiore a tutte le creature. Nella filosofia aristotelica, la materia prima, o
potenza pura, « precedente » a qualsiasi determinazione, è indefinita nel
senso che manca ogni specificazione o qualità che la renda concreta e limitata.
Cf Aristotelismo; Eternità; Immensità.
Cf
Abito infuso.
Introduzione graduale ai misteri della religione. Quando
ebbe inizio il cristianesimo, esso dovette affrontare la rivalità delle
religioni del Medio Oriente caratterizzate da dottrine e culti esoterici a cui
venivano iniziati gradualmente i neofiti. Come queste religioni, anche
l'iniziazione cristiana praticava una disciplina dell'arcano. Prima della
recezione del battesimo, il simbolo di fede era spiegato solo in sintesi;
l'istruzione dettagliata della fede seguiva di solito il battesimo. Cf Battesimo;
Catecumenato; Disciplina dell'arcano; RICA.
Tribunale speciale ecclesiastico per scoprire, esaminare
e punire gli eretici. Questo procedimento si diffuse a partire dal papa
Innocenzo III (1160‑1216), e si basava sulla convinzione che l'eresia, in
quanto minaccia per l'ordine sociale, andava soppressa. Nel 1479, con
l'approvazione del papa Sisto IV, Ferdinando V e Isabella introdussero
l'Inquisizione spagnola contro i « relapsi » convertiti dal Giudaismo e
dall'Islamismo, conosciuti rispettivamente come Marrani e Moreschi. Quelli che
erano riconosciuti colpevoli dagli inquisitori venivano di solito consegnati
allo Stato per la punizione. Nel 1542, il papa Paolo III fondò il Santo Ufficio
come tribunale supremo di appello nelle questioni di eresie. Nel 1967, Paolo VI
non solo cambiò il suo nome chiamandolo Congregazione per la Dottrina della
Fede, ma gli diede anche il compito più positivo di incoraggiare e di
salvaguardare la solida dottrina dalla fede e della morale. Cf Eresia.
Dopo l'ordinazione episcopale, il nuovo vescovo si diede
sulla cattedra della propria
cattedrale, come simbolo dell'inizio del suo insegnamento e del governo
pastorale nella sua diocesi. Cf Cattedra;
Cattedrale; Diocesi.
Cf
Giustificazione.
Il proposito per cui uno agisce. La « rettitudine »
d'intenzione proviene dall'agire per motivi pienamente validi. L'amministrazione
valida dei sacramenti richiede che il ministro abbia almeno l'intenzione di fare
quello che fa la Chiesa (DS 1611; FCC 9.017). Oltre ad esprimere il proposito
deliberato, l'intenzione (e
l'intenzionalità) si riferisce anche in vari modi ai concetti umani, alla
conoscenza e alla coscienza. Cf Epistemologia;
Etica; Teologia morale.
Preghiera di petizione per altri. L'intercessione si
riferisce primariamente alla continua mediazione del Cristo risorto per la
nostra salvezza (cf 1 Tm 2,5; Eb 7,25; 9,24; DS 1523; FCC 8.056). Anche la Madre
sua, Maria, intercede per noi (DS 1400; 3274‑3275; 3370; 3916); anche gli
angeli e i santi (DS 3320‑3321). L'intercessione è parte integrante del
culto cristiano. Cf Liturgia; Mediazione;
Preghiera; Preghiera impetratoria.
Cf
Communicatio in sacris.
Cf
Dialogo; Religioni del mondo.
È un castigo ecclesiastico usato raramente e chiamato
scomunica « minor » nel CCEO che, per un determinato tempo, priva quanti ne
sono colpiti di certi diritti e funzioni, senza, però, escluderli dalla Chiesa.
Generalmente, l'interdetto sospende il diritto di celebrare i sacramenti (in
questo caso, riguarda il clero) e di riceverli (nel caso di laici). Questa
proibizione cessa automaticamente in pericolo di morte. Un interdetto può
colpire una persona singola o alcune persone che formano un luogo (come una
chiesa, un cimitero o un convento), una città ed anche un'intera nazione (cf
CIC 915, 1109, 1331‑1332, 1370, 1373, 1374). Cf Scomunica.
Cf
Ermeneutica.
L'atto di intingere il pane consacrato nel vino
consacrato per la distribuzione della Comunione. È uno dei modi principali con
cui viene distribuita la Comunione sotto le due specie. Questa prassi è comune
nelle Chiese orientali. Cf Comunione.
Conosciuto anche come « antifona d'ingresso », è il
versetto che viene cantato o recitato quando il celebrante fa l'ingresso per la
Messa. È tolto molto spesso da un salmo ed è destinato a dare il tono alla
celebrazione. Le parole d'inizio dànno alle volte il nome alla festa: « Gaudete
»: si chiama così la terza domenica d'Avvento. « Laetare
» è la quarta domenica di Quaresima. Cf Cantillazione.
È un afferrare immediato della realtà con la mente o
coi sensi. L'apprensione intellettuale immediata è attribuita di solito agli
angeli: in quanto puri spiriti, non hanno bisogno di ragionamento deduttivo. In
un senso inferiore, la capacità d'intuizione appartiene anche agli esseri
umani. Nella teologia, il tomismo nega che possiamo godere su questa terra di
una intuizione immediata di noi stessi o di Dio senza una mediazione dei sensi.
L'agostinianismo ne ammette, invece, la possibilità. Quest'ultima teoria corre
il rischio di conclamare una specie di illuminismo o diretto accesso a Dio
libero dalla mediazione delle creature e della stessa Chiesa. La nostra visione
intuitiva di Dio in cielo è stata comunque insegnata ufficialmente (cf DS
990‑991, 1000; FCC 0.016). Cf Agostinianismo:
Tomismo; Visione.
È il titolo di un breve lavoro di un pensatore di
religione ebrea, Martin Buber (1878‑1965). Pubblicato la prima volta in
Germania nel 1923, esercitò un grande influsso sulla successiva filosofia e
teologia.3 Buber insiste sulla differenza qualitativa tra il
riferirsi a e il servirsi di una cosa (Io ‑ Esso) e il riferirsi ad una
persona. Nel trattare con persone che si rivolgono a me e che ottengono
risposta, sono possibili le autentiche inter‑relazioni Io ‑ Tu.
L'inter‑reazione Io ‑ Tu è la via per diventare pienamente se
stessi. In ultima analisi, la propria identità è resa possibile attraverso il
rapporto integrante con Dio. Cf Mistica.
È il nome greco dato alla festa della Presentazione del
Signore al Tempio e dell'incontro avvenuto con Simeone e Anna (Lc
2,22‑38). In Occidente, nel Medioevo, la festa era nota come occursus Domini (Lat. « incontro del Signore »). Celebrata in
Gerusalemme almeno dal IV secolo, questa festa divenne universale nel secolo
VII.
La devozione particolare che si dà a Maria in quanto
Madre di Dio. È più della semplice dulìa
(Gr. « venerazione » o onore dato agli altri santi, ma è inferiore alla latrìa
(Gr. « adorazione ») o adorazione dovuta a Dio solo. Cf
Adorazione; Theotòkos; Venerazione dei Santi.
La natura sostanziale o la realtà che sottostà a
qualcosa (cf Eb 1,3). Il termine creò problemi nelle controversie cristologiche
e trinitarie dei secoli IV e V, quando venne a significare una « realtà
concreta e singola », o una « esistenza distinta personale ». Alla fine,
l'insegnamento ufficiale della Chiesa parlò di Dio come di tre « ipostasi »
che condividono l'unica sostanza o natura, e di Cristo come di due nature in una
« ipostasi » o persona (cf DS 125‑126; 300‑303; 421; FCC
0.503‑0.504, 4.012‑4.013). Cf Concilio
di Calcedonia; Concilio di Nicea I; Monofisimo; Neo‑calcedonismo.
Questo sentimento è attribuito a Dio in vari passi
biblici (Es 4,14; Dt 11,17; 2 Sam 24,1; Rm 1,18; 2,5‑8). Oltre ad essere
un antropomorfismo, un simile modo di parlare (come riguardo alla creazione,
all'incarnazione, e ad altri misteri), suscita il problema dell'immutabilità
divina, come quando Dio minaccia di distruggere Ninive peccatrice e poi si «
pente » (Gio 3,1‑10). L'ira di Dio va interpretata in senso analogico in
quanto vuole indicare l'assoluta incompatibilità della santità divina con il
peccato dell'uomo. Hans Urs von Balthasar (1905‑1988) ha dato un grande
spazio all'ira di Dio nel dramma della salvezza per ricordare che questa
abbraccia sia la libertà divina che quella umana. Cf
Analogia; Antropomorfismo; Immutabilità.
Un approccio pacifico o conciliante sui problemi
riguardanti l'unità della Chiesa, col rischio di sottovalutare le differenze
reali esistenti tra i cristiani, o di promuovere una comprensione a scapito
della verità. Questo comportamente è stato giustamente condannato (cf DS 3880;
UR 11). Però, questo termine può anche significare la serenità con cui
vengono analizzati i problemi controversi, con la speranza di finire per
raggiungere l'unità. In questo caso, non si distingue praticamente dal vero
ecumenismo. Cf Dialogo; Ecumenismo.
È quella religione del mondo che riconosce Maometto
(circa 570‑632) come l'ultimo profeta nella linea che cominciò con Abramo
e che continuò attraverso Gesù. Maometto criticò gli Ebrei per non aver
voluto accettare Gesù e i cristiani per essere ricaduti nel politeismo con il
loro insegnamento sulla Trinità. Il monoteismo assoluto islamico nega che Dio o
Allah possa avere un Figlio. Gesù è
onorato come profeta. La sua morte in croce è negata e ritenuta solo apparente.
È assolutamente proibito rappresentare Dio con immagini. L'arte islamica in
genere non ritrae nemmeno gli esseri umani, in quanto sono creati ad immagine di
Dio. Si ritiene che Maometto abbia ricevuto la rivelazione che più tardi fu
scritta nel Corano (Arabo: « recital
»), il quale riporta alcune tradizioni dell'Antico e del NT ed è diviso in 114
sezioni, o sure, tutte accettate come
divinamente ispirate parola per parola.
L'Islamismo
comprende cinque obblighi principali:
1) la
confessione dell'unità di Dio e di Maometto come l'ultimo messaggero o profeta
di Dio;
2) la
preghiera rituale cinque volte al giorno; il venerdì è il giorno speciale per
la preghiera comune di mezzogiorno nelle moschee;
3)
l'elemosina per aiutare i poveri;
4) il
digiuno durante l'intero mese del ramadàn
che comporta l'astensione completa dai cibi, dalle bevande e dai rapporti
sessuali dal sorgere del sole fino al tramonto;
5) il
pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita.
Oltre alla sharia
(Arabo « sentiero della legge »), l'Islam ha sviluppato una tradizione
mistica, il sufismo (Arabo « indumento di lana ascetico »), che cerca l'unione
con Dio attraverso l'auto‑rinuncia. Pur professando la stessa fede, i
Musulmani si sono divisi in vari gruppi, soprattutto i Sunniti (gli ortodossi) e gli Sciiti.
I primi seguono la Sunna, ossia le
tradizioni autorevoli che furono stabilite da Maometto e dai suoi primi quattro
successori, o califfi, ma che non sono state scritte nel Corano. Gli Sciiti, che
si trovano specialmente in Iran, ritengono che Maometto abbia nominato soltanto
suo cugino Alì per successore e non accettano gli altri tre califfi. Mentre
affermano la libertà religiosa ai «popoli della Scrittura» (= Ebrei e
cristiani), l'Islam aspira a conquistare il mondo intero al suo messaggio. I
Musulmani si ritengono gli eredi della fede di Abramo (cf Gn 16,1‑16;
21,1‑21). Il Concilio Vaticano II sottolineò che la fede di Abramo e
l'attesa del giudizio sono elementi che i cristiani hanno in comune coi
Musulmani (cf LG 16; NA 3). Cf Docetismo;
Monoteismo; Politeismo; Profeta; Religione; Religioni del mondo; Teologia;
Trinitari.
È l'impulso speciale e la guida dello Spirito Santo
mediante cui furono composti i libri della Sacra Scrittura che così possono
essere chiamati Parola di Dio (cf Gv 20,31; 2 Tm 3,16; 2 Pt 1,19‑21;
3,15‑16; e anche Ger 18,18; Nee 8,1). Quello che Dio voleva dire si trova
in quello che è stato detto dagli scrittori umani che furono autori genuini e
non semplici stenografi che scrissero sotto dettatura di Dio (cf DV 11; DS 3006,
3629; FCC 2.015). L'ispirazione dei 72 libri dell'Antico e del NT fa parte
dell'azione di Dio che portò la Chiesa ad un'esistenza piena. Perciò la Bibbia
può anche essere chiamata il Libro della Chiesa. Cf
Bibbia; Critica biblica; Eremeneutica; Inerranza; Sensi della Scrittura.
Si chiama
così la nazione ebraica, o giudaica, che discende da Giacobbe, il quale
ricevette questo nome che significa: « colui che ha combattuto con Dio » (Gn
32,28‑29). Dopo la morte di Salomone (circa 933 a.C.), le dodici tribù di
Israele si divisero in Regno del Sud (Giuda) con Gerusalemme per capitale e
Regno del Nord (Israele) con capitale Samaria. Quest'ultimo fu conosciuto come
Israele per le sue strette relazioni con l'eredità di Giacobbe (per es., il
pozzo di Giacobbe a Sichem). Dopo la caduta di questo Regno nel 722 a.C., il
Regno del Sud venne alle volte chiamato Israele (per es., Is 1,3‑4;
30,11‑12; Ez 2,3; 6,2‑3). Il NT applica questo nome ai discendenti
di Giacobbe (Mt 10,6; 15,24; Lc 1,16) e alla nazione ebraica (Mc 12,29; Lc
1,54). La Chiesa comprende se stessa come il nuovo e vero Israele (Gal 6,16).
Verso la fine del XVIII secolo, le speranze per l'emancipazione portarono molti
Ebrei a parlare di « Israele » più che di « Giudaismo ». Cf
Ebrei; Giudaismo; Giudeo.
K
Questo termine non è soltanto sinonimo di krònos
(Gr. « tempo ») con cui si indica il susseguirsi storico degli eventi (2
Tm 4,3), ma sottolinea anche gli interventi speciali di Dio nelle svolte
decisive della storia della salvezza (Mc 1,15). In particolare, kairós
(al singolare e al plurale) denota le azioni decisive di Dio verso gli esseri
umani mediante Cristo nella pienezza dei tempi (Ef 1,10; 1 Ts 5,1‑2; Ap
1,3; 22,10). Cf Escatologia; Parusìa;
Storia della salvezza; Tempo.
L'auto‑abbassamento a cui si sottopose la seconda
Persona della Trinità nell'Incarnazione (Fil 2,5‑11, cf 2 Cor 8,9). Ciò
non significa (e non poteva significare) l'abbandono della natura o sostanza
divina. Comportò piuttosto l'accettare i limiti dell'esistenza umana che di
fatto raggiunsero il culmine con l'umiliazione suprema della morte di croce. Cf
Croce; Gloria; Incarnazione; Pre‑esistenza; Sofferenza di Dio.
Il messaggio centrale che annuncia l'azione e l'offerta
decisiva di Dio di salvare con la morte e risurrezione di Gesù (Rm 16,25; 1 Cor
1,21; 15,3‑5), e che precede l'istruzione dettagliata intorno a Gesù e al
Cristianesimo. Nei « Settanta », la
parola « kèrigma » può essere un
annuncio ufficiale da parte di un presbitero (cf Es 32,5), o la parola ispirata
di un profeta (cf Is 61,1). I Vangeli sono eminentemente kerigmatici, in quanto
sviluppano l'annuncio della buona novella (per es., Mc 1,1.14). Cf
Omelia; Predicazione; Settanta; Teologia kerigmatica.
Una dossologia ebraica usata per la preghiera quotidiana
nella Sinagoga. Glorifica il nome di Dio per la sua grandezza e santità e
riecheggia Ez 38,23: « Io mostrerò la mia potenza e la mia santità e mi
rivelerò davanti a genti numerose e sapranno che io sono il Signore ». Cf
Dossologia; Doxa; Sinagoga.
Il nome dato al modo antichissimo con cui gli Ebrei
osservano il Sabato e altre feste di precetto. Nella cena della vigilia della
festa (per es., per il Sabato, il venerdì sera), il capofamiglia offre una
coppa di vino a tutti i presenti e pronuncia una benedezione.
Termine usato nel NT per indicare la partecipazione alle
sofferenze di Cristo (Fil 3,10), l'aiuto a coloro che si trovano nel bisogno (Rm
15,26), la partecipazione all'Eucaristia (1 Cor 10,16), la comunione con (o
realizzata da) lo Spirito Santo (2 Cor 13,13). Usato come aggettivo, significa
la partecipazione dei credenti alla vita genuina di Dio (2 Pt 1,3‑4).
Oggi, koinonìa indica spesso l'unione
che esiste e che dovrebbe esistere tra le Chiese, unite dall'amore di Gesù
Cristo presente mediante il suo Spirito. Cf
Conciliarità; Deificazione; Sobornost.
Una delle forme più antiche e più importanti degli inni
liturgici nella Chiesa Orientale, che risale al V o VI secolo. Probabilmente si
chiama così a motivo del breve bastoncino di legno attorno a cui era avvolto il
testo. Però, il nome potrebbe anche venire dal fatto che la composizione
stabilisce succintamente il tono per la celebrazione liturgica che segue. Un kondàkion
può contenere da 18 a 30 (o anche più) strofe. La composizione ha un titolo,
seguito da un incisivo « proiomion »,
o introduzione che sintetizza lo spirito della festa e l'apogeo nell'« ephymnion » o ritornello. Segue poi una serie di « oikòi
» (case) o stanze, la prima delle quali è chiamata « hirmos
», e ognuna termina con il ritornello. Gli « oikòi
» sono spesso collegati acrosticamente, in quanto ogni strofa comincia con una
lettera differente dell'alfabeto. San Romano il Melode, nato a Oms, vicino a
Edessa, verso la fine del V secolo e che servì come diacono a Costantinopoli,
è il compositore più famoso di kondakia. Il kondàkion più celebre è l'inno Akathistos.
Cf Akathistos; Cantillazione.
Triplice invocazione per chiedere misericordia, rivolta
in origine a Cristo Signore (quantunque in seguito sia stata intesa come rivolta
alle tre Persone della Trinità), intonata dal celebrante (o dal coro) e
ripetuta dall'assemblea. Nella Messa latina, viene dopo l'antifona d'ingresso e
il rito penitenziale (se non è inserita in quest'ultimo) e prima del Gloria
e della Colletta. Nelle liturgie orientali, è il responso più comune usato
nelle litanie. Il Kyrie si trova nella
liturgia di Antiochia‑Gerusalemme almeno prima del 350. Cf
Colletta; Gloria; Preghiera di Gesù.
a) È uno
che ha diritti sovrani e pieni poteri su qualcuno o qualcosa.
b) È una
formula cortese che si rivolge a qualcuno. Nell'AT, Dio è chiamato « Signore
» e (specialmente nei libri profetici) « Signore degli eserciti ». Quando Gesù
riceve il titolo di « Signore » (Mc 12,36; Lc 19,31; Gv 20,18; 1 Cor 12,3; Fil
2,11; 2 Pt 2,20; Ap 22,20‑21), è chiaramente riconosciuto come uno che
non è un semplice uomo. Che questo titolo cristologico abbia un'origine
veterotestamentaria e ebraica o un'origine ellenistica‑pagana (dove si
chiamava così l'imperatore ritenuto divino), è ancora oggetto di dibattito. Cf
Cristologia; Geova.
L
Il fedele che è stato pienamente incorporato nella
Chiesa attraverso il battesimo, la cresima e l'Eucaristia (1 Pt 2,9‑10),
ma non ha ricevuto gli Ordini sacri e non è divenuto chierico. Per designare
Israele come popolo scelto di Dio, l'ebraico dell'AT usa il termine « ’am »,
tradotto dai Settanta con « laòs » (cf Es 19,3‑7; Dt 7,6; 14,2). Questa
parola, sia quella ebraica che quella greca, può riferirsi anche al popolo in
quanto distinto dai suoi capi: sacerdoti, profeti e principi (cf Is 24,2; Ger
26,11). Il NT riconosce vari uffici, ministeri e doni dello Spirito che vengono
distribuiti in una collaborazione armoniosa per il bene dell'intera Chiesa (cf 1
Cor 12,4‑31; Rm 12,3‑8). Una ulteriore distinzione tra clero e
laicato ha comportato alle volte una sottolineatura del clero, come se i
chierici soli fossero la Chiesa reale (cf DS 3050‑3075; FCC
7.176‑7.199). Questa visione unilaterale fu controbilanciata dal Concilio
Vaticano II il quale insistette non solo sul fatto che « la Chiesa » consiste
nell'intero Popolo di Dio e non nella sola gerarchia (cf LG 9), ma anche ricordò
che i laici sono chiamati alla santità e ad un'ampia responsabilità nella vita
della Chiesa e del mondo (LG 30‑38; 39‑42; AG 41; anche CIC
224‑231). Cf Chierico; Clero;
Comunità di base; Gerarchia; Ministero; Ordine; Riduzione allo stato laicale;
Sacerdoti.
Cf
Conferenza di Lambeth.
Si chiama così una tendenza della teologia morale del
secolo XVII che dispensava facilmente i cristiani dai loro doveri per motivi
fragili e insufficienti. Nelle sue Lettere provinciali (1657), Blaise Pascal
attaccò la casistica dei Gesuiti, interpretata erroneamente come una forma di
lassismo. Il lassismo fu condannato da Alessandro VII nel 1655 (DS
2021‑2065) e da Innocenzo XI nel 1679 (DS 2101‑2165). Cf
Casistica; Probabilismo.
Sanzione ecclesiastica in cui si incorre automaticamente
« per il fatto stesso d'aver commesso il delitto, sempre che la legge o il
precetto espressamente lo stabilisca » (CIC 1314; cf 1318). Il Codice del 1983
ha ridotto il numero di simili sanzioni. Esempi che rimagono sono le scomuniche
in cui incorrono automaticamente coloro che profanano il Santissimo Sacramento
(CIC 1367) o che collaborano all'aborto (CIC 1398). Nel CCEO non ci sono
sanzioni « latae sententiae. Cf Ferendae
sententiae.
Cf
Concili lateranensi.
Omaggio religioso dovuto a Dio in quanto Creatore,
Redentore e Santificatore. Questo omaggio insiste sulla lode e sul
ringraziamento più che sulla petizione.
Cf Adorazione; Culto.
Un modello comune che traccia la via secondo cui gli
esseri umani devono agire (come si può vedere, per es., nelle leggi della
storia e nelle leggi fisiche). In un senso normativo, la legge riconosce e
regola i diritti e i doveri dei cittadini o dei credenti in modo da rendere
possibile e promuovere il bene comune nell'umana società e nella Chiesa. « La
Legge » può anche designare la religione ebraica (At 23,29), così come « il
santo precetto » fu un modo di riferirsi al cristianesimo (2 Pt 2,21). La legge
dell'amore (Mt 22,36.38) deriva dall'AT, ma ha ricevuto una nuova forza in
quanto fu personificata in Cristo (Gv 13,34; 15,12‑13). Cf Antinomianismo; Autonomia; Decalogo; Diritto Canonico; Eteronomia;
Legge naturale; Legge e Vangelo; Torah.
Il
contrasto enfatizzato da Martin Lutero (1483‑1546) tra
a) gli
sforzi vani di essere redenti mediante il proprio operato religioso e
b) la
giustificazione che proviene solo dalla fede, in quanto il vangelo « è potenza
di Dio per la salvezza di chiunque crede » (Rm 1,16).
Secondo
questo schema, la legge, anche quella data da Dio a Mosè, accresce la nostra
consapevolezza di essere radicalmente legati al peccato. La Parola di Dio
annuncia che siamo resi liberi mediante i meriti di Gesù Cristo i quali ci
vengono graziosamente imputati e così diveniamo partecipi, mediante la fede,
della giustizia di Cristo. Sebbene lo si intenda come principio per interpretare
l'intera Scrittura e la vita stessa, il concetto di « Legge e Vangelo » ha
portato alle volte ad un contrasto esagerato tra AT e NT. Cf
Concilio di Trento; Fede e Opere; Giustificazione; Imputazione; Legge;
Luteranesimo; Riforma; Torah.
La legge morale universale data da Dio nello stesso atto
di creare gli esseri umani e conoscibile alla luce della ragione (cf GS 79; DH
2). La letteratura pagana, come nel passo famoso dell'Antigone di Sofocle (circa
497‑406 a.C.), la tradizione giuridica occidentale, la Bibbia (per es., Rm
2, 14‑15) ed altri ancora rendono testimonianza alla legge naturale che
indica la retta via per agire liberamente e responsabilmente come esseri umani.
Il peccato rende più difficile il discernere e l'obbedire alla legge naturale
(cf Mt 19,1‑9). I princìpi più importanti della legge naturale sono
elencati nel Decalogo. Alla luce della sola legge naturale, è spesso difficile
raggiungere la certezza morale su problemi specifici di aree come quelle
rapporti internazionali, la giustizia sociale e il comportamento sessuale. Cf
Decalogo; Legge; Libertà; Peccato; Teologia morale.
Precetti particolari che obbligano tutti i membri della
Chiesa Cattolica. Comprendono l'obbligo della Messa nella domenica e nelle feste
di precetto (CIC 1246), l'obbligo di confessare i peccati gravi e di comunicarsi
almeno una volta all'anno (CIC 920, 989), di osservare i precetti dell'astinenza
e del digiuno e di contribuire al sostentamento della Chiesa e al soccorso dei
poveri (CIC 222). Cf Diritto Canonico;
Matrimonio.
Cf
Epistola.
È un genere letterario che va dal 200 a.C. al 100 d.C. e
che intende rivelare misteri divini, soprattutto i segni che precederanno la
fine (già stabilita) di tutta la storia, la risurrezione dei morti e giudizio
finale che porterà alla trasformazione finale del mondo. Gli scritti
apocalittici comprendono sia opere non canoniche (per es., Enoc), sia opere
canoniche (per es., Daniele, Apocalisse e Marco 13). Cf Escatologia; Parusìa; Risurrezione dei morti; Rivelazione.
Un genere di letteratura che si è sviluppato nell'antico
Medio Oriente (ed altrove) e a cui appartengono cinque libri dell'AT: Giobbe,
Proverbi, Qohèlet (o Ecclesiaste), Siracide (o Ecclesiastico) e Sapienza.
(Qualche volta, il Cantico dei Cantici e i Salmi sono aggiunti a questo elenco).
La parola ebraica che sta per sapienza è hokmàh, e può riferirsi all'abilità di un artigiano (Es 31,6),
alla capacità amministrativa (Gn 41,39) e alla guida politica (Dt 34,9). Pur
non evitando problemi etici e religiosi, l'antica sapienza ha illustrato spesso
massime e proverbi per progredire. La sapienza d'Israele è andata più a fondo
e ha perfino affrontato problemi come quello della sofferenza inspiegabile di
persone che, come Giobbe, sono irreprensibili dinanzi a Dio. Il re Salomone
(morto nel 931 circa) fu considerato il saggio per eccellenza (cf il suo famoso giudizio in 1 Re 3,16‑28). La
vera sapienza viene da Dio e aiuta gli esseri umani a discernere il bene dal
male (1 Re 3,5‑9). È una delle qualità spirituali del Messia (Is 11,2).
Come la Parola di Dio, la sapienza tende ad essere personificata nell'AT e
prepara la rivelazione del NT del Figlio di Dio eternamente preesistente (Prv
8,22‑31; Sap 7,22-8,1 Sir 24,1‑22). Le parabole di Cristo riflettono
la sapienza dell'AT; per esempio, la parabola del fattore infedele (Lc
16,1‑8) e quella delle vergini stolte e delle vergini prudenti (Mt
25,1‑12). Eppure, la sapienza di Dio è stoltezza per i sapienti (Mt
11,25; 1 Cor 1,18‑2,5). Cf Sophìa;
Stolti per amore di Cristo.
Colui che legge la Scrittura durante i servizi liturgici.
Le Chiese orientali hanno conservato questo ufficio antico come uno degli Ordini
minori. La riforma del 1972 nella Chiesa Cattolica ha conservato due degli
Ordini minori come ministeri: l'ufficio di lettore e quello di accolito. Durante
la Messa, anche i laici possono leggere la Scrittura, eccetto il Vangelo che è
riservato ai diaconi e ai presbiteri. Cf Chierico; Liturgia; Ordine.
Brani scelti (primariamente dalla Bibbia) da leggersi
durante gli uffici liturgici. Questa prassi risale alla Sinagoga in cui si
leggevano la legge e i profeti. Nella celebrazione eucaristica, un brano dell'AT
precede l'epistola e il vangelo. Per l'Ufficio divino, o Liturgia delle Ore, le
letture sono tolte non solo dalla Bibbia ma anche dai Padri, da Santi e da altri
autori spirituali. Cf Epistola; Vangelo.
La forma completa di questo assioma è: « Legem credendi
lex statuat supplicandi » (« La legge della preghiera stabilisca la legge
della fede ») e risale a san Prospero di Aquitania (circa 390 ‑ circa
463). Segretario del papa Celestino I, egli compose l'Indiculus, un volumetto sulla grazia tratto da sant'Agostino di
Ippona (354‑430) (DS 246; FCC 8.017). Dalla necessità di pregare per
tutti (1 Tm 2,1‑4), Prospero
dedusse la necessità universale della grazia. La preghiera, specialmente la
preghiera eucaristica, ha un ruolo essenziale nell'interpretazione della fede
cristiana come ha riconosciuto da sempre la teologia orientale. La teologia
occidentale, invece, ha dato tante volte una scarsa importanza a questo
principio, e alle volte nessuna. Nel suo classico lavoro sulle fonti e argomenti
teologici, Melchior Cano (1509‑1560) non elenca la liturgia come locus theologicus (Lat. « luogo teologico »), e molti lo hanno
seguito in questa omissione. Cf Liturgia;
Metodi in teologia; Sviluppo della dottrina.
Libro liturgico che contiene le letture ufficiali per le
varie feste e periodi dell'anno. Cf
Calendario liturgico; Festa.
Una tendenza spinta in politica e in religione che ha
seguito l'Illuminismo nel sostenere la libertà e il progresso e nell'accogliere
le nuove idee provenienti dalla scienza e dalla cultura del giorno. Nel suo
aspetto migliore, il liberalismo ha promosso la giustizia sociale e
un'educazione aperta. Nel suo aspetto peggiore, è divenuto una forma di
umanesimo secolare che respinge l'autorità religiosa, giudica il cristianesimo
dallo spirito del tempo, ed è incompatibile con la fede ortodossa. Cf
Illuminismo; Modernismo; Protestantesimo liberale; Umanesimo.
Cf
Teologia della liberazione.
Il potere di auto‑determinazione, cioè, di
scegliere deliberatamente e di seguire lo svolgersi di un'azione. Creati ad
immagine di Dio, gli esseri umani hanno questa capacità che è stata intaccata,
ma non distrutta dal peccato (DS 1965‑1967; FCC 8.124, 8.132). Mediante la
redenzione, Cristo ci ha resi liberi (Gal 5,13; 1 Pt 2,16) e questa libertà è
la caparra della nostra libertà futura nella gloria (Rm 8,18‑25). Cf Antropologia; Concupiscenza; Immagine di Dio; Libertà religiosa;
Peccato; Toràh.
Il diritto di ogni persona umana e di ogni gruppo di
praticare la propria religione senza alcuna interferenza da parte di altri
gruppi. Dopo secoli di persecuzioni, la Chiesa ha ottenuto la libertà con il
cosiddetto Editto di Milano del 313, godendo tolleranza e sostegno da parte di
Costantino il Grande (morto nel 337), il quale è onorato come santo dagli
Ortodossi. In un tempo in cui il cristianesimo dominava nella vita d'Europa, san
Tommaso d'Aquino (circa 1225‑1274) affermò che, siccome la loro defezione
costituiva una minaccia per l'edificio sociale, i cristiani apostati dovevano
essere riconquistati anche con la forza sostenendo d'altra parte che
un'interferenza del genere sui non cristiani sarebbe stato un peccato contro la
giustizia naturale. Secoli di guerre di religione, di persecuzioni e
discriminazioni in nome delle religioni stabilite hanno ripetutamente messo in
evidenza il male di una simile intolleranza. Purché i seguaci di una data
religione non infrangano i diritti degli altri, la loro libertà va rispettata e
protetta. Il Concilio Vaticano II ha affermato il diritto di libertà nella
pratica della propria religione, in particolare per i gruppi minoritari (cf DH
2‑8; 15; NA 4‑5). Il mondo ricorda con riconoscenza difensori
contemporanei della libertà religiosa, come Roger Williams (circa
1604‑1684), Thomas Jefferson (1743‑1826), Mohandas Gandhi
(1869‑1948) e John Courtney Murray (1904‑1967). Cf
Chiesa e Stato; Diritti umani; Libertà; Tolleranza.
Termine cattolico con cui si indicano quei libri che si
trovano nella versione greca dell'AT (« la versione dei Settanta »), ma non nella versione ebraica. Cf Apocrifi; Settanta.
Il « luogo » dove si suppone che vadano i bambini non
battezzati che muoiono col peccato originale, ma con nessuna colpa personale (limbus
puerorum, limbo dei bambini). Quanto alle anime delle persone rette che sono
morte prima della venuta di Cristo, si pensa che abbiano atteso la sua venuta
nel limbo dei Padri, limbus Patrum. I
teologi hanno pensato comunemente che il limbo non comportasse nessun castigo,
ma una felicità naturale che, però, è priva della felicità piena proveniente
dalla visione beatifica.4 Cf
Discesa agli inferi; Peccato originale; Visione beatifica; Vita dopo morte.
È la lingua del luogo che viene usata nella liturgia. Le
liturgie sono cominciate di solito con la lingua del luogo, eccetto quando
un'altra lingua fu introdotta dai missionari o imposta da un popolo
conquistatore. La storia della liturgia illustra, però, costantemente un
fenomeno religioso più profondo: la tensione tra la necessità che ha il popolo
di capire i testi e il desiderio di riconoscere la misteriosa alterità di Dio
con l'uso di un linguaggio classico, numinoso. In Occidente, il greco era usato
nella liturgia nei primi secoli fino a quando il latino prese gradualmente il
sopravvento. Roma incoraggiò i santi Cirillo (circa 826‑868) e Metodio
(circa 815‑885) a usare lo slavone tra gli Slavi dell'Europa centrale. I
promotori della Riforma, mentre continuarono ad usare il latino in teologia,
introdussero la lingua volgare per il culto pubblico. Nel 1963, il Concilio
Vaticano II approvò ufficialmente la lingua volgare per i cattolici (cf SC 36,
54, 63, 101) nel rito romano. In Oriente, le varie Chiese nazionali usavano la
lingua del popolo: l'arabo, l'armeno, il copto, il Ge'ez, il greco, il siriaco e
così via. Però, col passare dei secoli, i testi liturgici erano diventati
arcaici e di difficile comprensione. Molti cristiani orientali negli USA, in
Canada e in Australia, per esempio, sono passati semplicemente all'inglese. Il
problema dell'uso di una lingua arcaica o invece volgare non sarà mai
pienamente e definitivamente risolto. Cf
Evangelizzazione; Liturgia; Liturgia delle Ore; Riforma (La).
Cf
Concilio di Lione.
Preghiera dialogata in cui un sacerdote, o un diacono o
un cantore recita una serie di domande, o, in Occidente, invoca i titoli di Gesù
o i nomi dei santi, e l'assemblea risponde con un responso fisso. La radice si
trova nelle acclamazioni ripetute che sono frequenti in vari salmi (per es., Sal
118; 136). Le litanie dei cristiani, dapprima associate con processioni,
sembrano aver avuto origine verso la fine del secolo IV ad Antiochia. La Chiesa
bizantina fa uso frequente di litanie come le ectenìe e le sinaptè. Il
responso più frequente è Kyrie eleison (Gr.
« Signore, pietà »). In Occidente, le litanie hanno un posto importante nella
Veglia pasquale, nelle canonizzazioni dei santi, e nell'ordinazione dei vescovi,
presbiteri e diaconi. Le litanie mariane, che hanno un vincolo speciale col
santuario di Loreto, in Italia, sono state modellate sull'Akàthistos.
Cf Akàthistos; Kyrie eleison.
Nel NT indica l'attività cultuale dei sacerdoti (Lc
1,23; Eb 8,6), o atti più ampi di servizio cristiano (Fil 2,17.30). Presso i
Bizantini, a partire dal secolo IX, la parola « liturgia » si riferisce al
culto comunitario, soprattutto indica la liturgia eucaristica o Messa.
Originariamente, la Chiesa Latina parlava di divina officia, uffici divini, ma a partire dal secolo XVI adottò
la terminologia bizantina. Il primo documento promulgato dal Concilio Vaticano
II fu dedicato alla liturgia (cf SC 5‑13). Cf Culto; Eucaristia; Lex orandi ‑ Lex credendi; Movimento
liturgico; Sacramento.
Si chiama così la prima parte della celebrazione
eucaristica. È così composta: preghiere d'introduzione dell'assemblea radunata
per il culto e letture della Bibbia. L'ultima lettura è sempre il Vangelo.
L'ideale è che questo sia seguito dall'omelia. In alcuni giorni, c'è anche il
Credo e la preghiera dei fedeli. Cf
Colletta; Epistola; Eucaristia; Messa dei catecumeni; Omelia; Parola di Dio;
Professione di fede; Vangelo.
La preghiera ufficiale della comunità, che si riunisce
in differenti ore del giorno o della notte per ascoltare passi della Scrittura
(e altri) e recitare o cantare insieme salmi e altre preghiere. I partecipanti
danno lode a Dio, compiono l'ufficio sacerdotale di Cristo, e intercedono per la
salvezza del mondo intero (CIC 1173). Gli Ebrei ricordavano le benedizioni
divine nel sacrificio del mattino e della sera nel Tempio (cf Es 29,38‑42;
Nm 28,3‑8), mentre quelli che erano in esilio osservavano tempi fissi di
preghiera (Dn 6,10). Le comunità cristiane, sia quelle di secolari che quelle
monastiche, hanno sviluppato un programma quotidiano di preghiera comune. Quando
i chierici non potevano essere presenti ai servizi comunitari, l'Occidente
sviluppò il breviario (Lat. «
abbreviato ») o versione breve delle ore canoniche per la recita privata. In
Occidente, le ore canoniche dell'Ufficio divino sono diventate così: il
Mattutino (o preghiera della notte), le Lodi, la Prima (o prima preghiera), la
Terza (o preghiera delle ore nove), la Sesta (o preghiera del mezzogiorno), la
Nona (o preghiera delle ore quindici), i Vespri e la Compieta (o preghiera
finale di notte). Cf Breviario; Lodi;
Monachesimo; Secolarismo; Vespri.
Una liturgia attribuita al patriarca di Costantinopoli,
san Giovanni Crisostomo (circa 347‑407). È questa la liturgia più comune
nel rito bizantino. Quella di san Basilio entra in vigore il 1o gennaio, le
domeniche di Quaresima (eccetto la Domenica delle Palme), il Giovedì Santo, il
Sabato Santo, la vigilia di Natale e dell'Epifania (eccetto che cadano di sabato
o di domenica), e nelle due stesse feste se cadono di domenica o di lunedì. Le
liturgie di san Giovanni Crisostomo e di san Basilio hanno entrambe la seguente
struttura: la pròthesis, o
preparazione privata del pane e del vino; l'enarxis, o il servizio introduttivo di tre antifone; la sinassi,
o letture della Scrittura (= liturgia della Parola); e la liturgia eucaristica
(= pre‑anafora, anafora, comunione, ringraziamento e congedo). Cf
Chiese Orientali; Eucaristia; Messa; Rito.
Termine usato per la seconda parte della Messa; viene
dopo la liturgia della Parola. Consiste nell'offerta del pane e del vino che
vengono cambiati nel corpo e sangue di Cristo. Questa celebrazione
ri‑presenta la morte sacrificale e la risurrezione di Cristo, e termina
con la partecipazione al banchetto sacrificale della Comunione. Cf Comunione; Eucaristia; Liturgia della Parola; Messa; Sacrificio;
Transostanziazione.
I temi principali della fede cristiana (= luoghi comuni),
o anche i princìpi fondamentali e le fonti per la teologia medievale, barocca e
neoscolastica (e umanesimo del Rinascimento) nel presentare la dottrina in modo
sistematico. In un'opera postuma, De locis theologicis (1563), Melchior Cano ha sviluppato l'impatto
del nuovo umanesimo. Ha elencato sette loci
che dipendono, direttamente o indirettamente, dall'autorità divina e dalla
rivelazione:
a) la
Parola di Dio nella Scrittura;
b) la
tradizione degli Apostoli;
c) la
Chiesa universale;
d) i
Concili;
e)
l'insegnamento del Papa;
f) i Padri
della Chiesa;
g) i
teologi e i canonisti. Come aiuti aggiunti, Cano ricordava:
h) la
ragione naturale;
i) i
filosofi e i giuristi;
j) la
storia e la tradizione.
Il metodo
di Cano esercitò un grande influsso. Deve, però, lasciare più posto al
mistero e inserire i temi della storia della salvezza e della liturgia. Cf
Deposito della fede; Dogma; Dossologia; Lex orandi ‑ Lex credendi;
Liturgia; Metodi in teologia; Neoscolastica; Rivelazione; Tradizione.
Preghiera del mattino antica e ufficiale nella Chiesa
d'Occidente. Si chiama « lodi mattutina » o « lodi dell'alba ». La preghiera
del « Mattutino » si riferiva alla prima preghiera del mattino nei monasteri,
mentre negli uffici delle cattedrali si chiamava « lodi ». Queste due
preghiere si sono fuse nella preghiera del mattino che, dopo la riforma del
Concilio Vaticano II, presenta questa struttura: l'invitatorio, un inno, tre
salmi (uno dei quali può essere un cantico), una lettura tolta dalla Scrittura,
un breve responsorio, il Benedictus,
le intercessioni, il Padre nostro, la
Colletta del giorno e la benedizione finale. Il « Mattutino » ha preso il nome
di « Ufficio delle letture » ed è la preghiera della notte o della
meditazione. Nel rito bizantino, l'Orthros
(Gr. « alba »), o preghiera del mattino, è più lungo. Cf Colletta; Liturgia delle Ore.
Nella filosofia greca, è il motivo che permea e regge il
cosmo. I libri sapienziali dell'AT parlavano del Lògos come della sapienza
personificata che Dio manifestava nel creare l'universo (Prv 8,31‑36; Sap
7,22‑30; 9,1‑2). Il filosofo ebreo Filone (circa 20 a.C. ‑
circa 50 d.C.) collegò la filosofia greca con la letteratura sapienziale
dell'AT per presentare il Lògos come modello divino e attività finale nel
creato. Nel pensiero di Giovanni, il Lògos è la Parola divina preesistente
mediante cui « tutto è stato fatto » e che « si fece carne e venne ad
abitare in mezzo a noi » (Gv 1,1‑14; 1 Gv 1,1‑2; Ap
19,11‑16). Il carattere « verbale » di questo titolo cristologico vuole
insinuare che la divina auto‑rivelazione ha raggiunto il suo vertice con
l'incarnazione storica del Lògos. Dopo Nicea, i termini « Lògos » e « Figlio di Dio
» furono usati indifferentemente per designare la seconda persona della Trinità.
Cf Apollinarismo; Appropriazione;
Arianesimo; Concilio di Nicea I; Cristologia del Logos‑anthropos;
Cristologia del Logos‑sarx; Parola di Dio; Titoli cristologici; Teologia
giovannea.
Quella luce di cui hanno bisogno quanti sono in cielo per
vedere Dio nella visione beatifica. Il Salmo 36,10 dice: « Alla tua luce
vediamo la luce ». L'Apocalisse parla della luce divina che sostituisce la luce
normale nella nuova Gerusalemme (Ap 21,23; 22,5). Contro gli errori attribuiti
ai Begardi e alle Beghine, l'insegnamento ufficiale del Magistero definì che
l'intelletto umano non può vedere Dio senza la speciale luce di gloria (cf DS
895). L'Occidente tende ad interpretare questa luce come qualcosa di creato, un
abito soprannaturale che trasforma il nostro intelletto. L'Oriente identifica
questa luce con Dio, mentre ammette una distinzione tra l'essenza divina
inaccessibile e l'energia di Dio che è trasformante. Cf Abito; Esicasmo; Essenza ed energie; Palamismo; Visione beatifica.
Cf
Luce di gloria.
Quella
forma di cristianesimo che si ispira a Martin Lutero (1483‑1546),
iniziatore della Riforma in Germania. Dopo essere entrato negli Eremiti
Agostiniani nel 1505, finì per diventare professore di Sacra Scrittura a
Wittenberg, dove nel 1517 affisse le famose 95 tesi per protestare contro lo
scandaloso commercio delle indulgenze. Fu scomunicato dal papa Leone X nel 1521.
Il luteranesimo si diffuse in gran parte della Germania, come anche nei paesi
della Scandinavia e della Finlandia. Assieme a comunità degli Stati Uniti e
altrove, quasi tutte queste Chiese formano ora la Federazione Mondiale Luterana.
Le dottrina tipiche del luteranesimo si possono trovare negli scritti di
confessione luterana, specialmente la Confessione
di Augusta (1530), l'Apologia della
Confessione di Augusta (1531), gli Articoli
di Smalcalda (1536) e i catechismi di Lutero. Possono essere sunteggiate in
questo modo: la sola fede, o la
giustificazione mediante la fede sola (non mediante le buone opere); la sola grazia, ossia la giustificazione unicamente mediante la grazia
di Dio; la sola Scrittura, cioè la
Bibbia (non le tradizioni umane) come unica norma autorevole della fede. Il
Luteranesimo enfatizza la Croce di Cristo e l'asservimento umano al dominio del
peccato. Accetta solo il battesimo e l'Eucaristia come sacramenti veramente
istituiti dal Signore. Cf Concilio di
Trento; Confessione di Augusta; Fede e Opere; Imputazione; Indulgenze; Legge e
vangelo; Protestante; Riforma; Sola fede; Sola grazia; Sola Scrittura;
Tradizione.
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